fanno ottanta euro, tutti in salute.

il mio medico di base alla volta di novembre mi ha mandata via dal suo studio con numero 4 impegnative di categoria D. Dice che è importante che io mi rivolga alla mia ulss perché, beh per l’esenzione.

Le impegnative di priorità D dovrebbero poter essere prenotate dalla mia ulss in 60 giorni, sino a un momento fa ero riuscita a prenotare 0 esami specialistici  e di conseguenza 0 visite specialistiche perché agli specialisti per far diagnosi servono dati non visibili a occhio nudo.

Quando chiami la mia ulss e dici che hai priorità D non ti viene fissato alcun esame, non lo fissano entro sessanta giorni, non lo fissano proprio, ti dicono di richiamare e io ho richiamato e tante volte lo stesso centralino delle attese millenarie, mi han sempre detto di richiamare. Ho chiamato anche la ulss adiacente alla mia che però mi tratta come una fuori ulss e le fuori ulss perdono totalmente le letterine di priorità si arrivava a vedermi a fine anno.

le ecografie in convenzione costano 46 euro, le ecografie senza costano 82. Io ho sbagliato, ho sbagliato a continuare a chiamare il cup (centro unico prenotazioni) per un sacco di tempo e con il mio telefonino perché a volte ero fuori casa e oltre al costo delle chiamate inutili la frustrazione addosso e poi gli ultimi giorni il dramma. Non mi sono ammalata, sto più o meno come stavo a novembre, il mio corpo però reagisce a qualcosa, soffre qualcosa, un declino lento giorno per giorno e su svariati fronti, è forte abbastanza da portami in giro ma soffre abbastanza da farmelo pesare. Ho pensato che ho perso quei 40 euro in salute da un pezzo e che anzi avrei dovuto chiamare l’ambulatorio privato prima di mezz’ora fa.

Ho anche pensato che sono fortunata ad avere sia i 40 sia gli 80 euro e una volta realizzato che c’è chi non ha ne l’uno ne l’altro e che gode di un corpo ancora più sofferente del mio mi è presa la rabbia e la frustrazione e il malessere per le sorti del mondo e il fastidio universale e la disperazione per ogni volta che vedo un tg che parla di tasse e di lavoro. Gente che parla e non sa davvero di cosa parla perché di fatto, sono certa, che non gli sia mai capitato di non avere 80 euro per una cazzo di ecografia. Fa male.

Nel caso ve lo stiate chiedendo la risposta è sì, uno dei sintomi più palesi di ciò che soffro è depressione, senso di vuoto, disagio.

 

2 commenti

Archiviato sotto bad days

io ti amavo e tu lo sai.

Ho voglia di leggere un libro e ho voglia che sia uno di quei libri che quando arrivi alla parola “fine” sei emozionata.  Ho voglia di uno di quei libri che quando arrivi alla parola “fine” ti credi di essere l’italiotto che atterra con volo rayan air e all’atterraggio fai l’applauso all’aria. Ho voglia di un libro da applaudire nel finale. Lo si sa quando si è alla fine di un libro, per un motivo o per tanti altri, lo spessore è breve, il segnalibro che hai messo in chiusura ti segna le ultime pagine, la storia ha snocciolato il novantanove e nove per cento dello snocciolabile. Ho voglia di sentirmi piena di quel libro, così piena che non importa se è finito. Il mio desiderio successivo sarà il non averlo letto per rileggerlo con la stessa passione.

Venerdì portiamo a fare operare il gatto, è da quasi una settimana che rimugino su sta cosa dell’operazione del gatto, mi fa star male e ho realizzato il perché quello vero da poche ore. Certo sono preoccupata per il suo stato di salute globale, certo mi dispiace che gli passi per il sangue una nuova anestesia e certo il fatto che lui sia un gatto e quindi stoico non mi fa stare a cuoretto leggero. C’è di più. Io se dico al gatto che venerdì lo porto dal dottor Tony so che per lui non ha lo stesso significato che dirlo a voi, poi so che posso usare i toni come voglio per fargli intuire la cosa ma non lo faccio, resto sul vago, il tono di mezza via. Gli ho detto che lo porto dal dottor tony a operarlo con lo stesso tono in cui gli dichiaro che è il gatto della mia vita. Il tono quello neutro, migliore di quando si gratta il culo sul tappeto, peggiore di quando ho voglia delle sue coccole. Glielo ho detto ma di fatto non lo sa, vive la sua vita come niente fosse, non ha idea del dolore, del cambiamento, delle medicine, della flebo, del rischio, non ha idea di nulla.

Una volta il nonno paterno si è ammalato, io ero giovane, non ero piccola, ero solo giovane e con i ragazzi per la testa e una voglia assoluta di diventare la regina del mondo, avevo sedici anni e potevo fare tutto. Quando io avevo sedici anni i miei genitori non mi consideravano adulta perché non lo ero, ero una bambina, ero sciocca, lo ero ai loro occhi che tutte le mie cazzate di adolescema le ho fatte di nascosto, parlavano ad alta voce i miei genitori ed erano certi che tanto io non sentissi e anche se sentivo non avrei ascoltato secondo loro che ero piccola, e quindi non erano accurati a tenersi le loro cose. Ho scoperto che il nonno era molto ammalato perché loro due se lo sono detto e non credevano che io avrei colto.

Nella mia famiglia se qualcuno si ammala ed è grave non gli viene detto, questa è una cosa che so bene. Il nonno paterno quella volta lì ha smesso di respirare dopo due notti orribili al vecchio ospedale, lui credeva di essere stato ricoverato per una polmonite. Nei mesi precedenti le frasi che gli propinavano andavano dal “sei dimagrito per la vecchiaia” al “vedrai che ci seppellisci tutti”. Dio quel nonno…era brutto e cattivo e scorbutico, non mi ha mai dato una carezza, mai una. Non mi comprava le caramelle, non mi faceva regali che era tirchio, quando stavo con lui mi portava a vedere lui e i suoi amici che si divertivano a boccette e io no. Lo amavo tantissimo quel nonno. Quella volta che è nato mio fratello e io avevo dieci anni e per la prima volta tutte le attenzioni non erano per me il nonno è venuto a dirmi che non era vero che mio fratello era un bel bambino, mi ha detto “è brutto è tutto rosso e pieno di pieghe…poi diventerà simpatico tra due o tre anni”, quella volta che ho avuto la mia prima crisi di asma ho usato il ventolin di quel nonno, quella volta che mi è entrata la romanza di beethoven sotto le dita è stato mio nonno. Lo amavo tanto.

Non giudico il comportamento dei miei genitori, forse se dici a una persona che ha un mese di vita quel mese di vita un po’ glielo rovini, credo i miei abbiano pensato a questo. Mi chiedo se il nonno avrebbe fatto o detto qualcosa sapendo che stava per morire, mi chiedo anche se non lo sospettasse, mi chiedo se mi avrebbe abbracciata una volta nella vita sapendo che era il primo e l’ultimo abbraccio. Mi chiedo infine se lui sapesse che io sapevo perché io di fatto lo sapevo e trattarlo i modo diverso dal solito lo ritenevo un insulto alla sua intelligenza che di fatto era enorme.

A volte tenere il segreto ad un gatto ti fa pensare cose che sono al di fuori di qualsiasi logica.

Una ultima cosa che mi chiedo è se Jean (un mio amico) leggerà mai questo pezzo e nel caso affermativo sarebbe un insulto alla sua di intelligenza andare ad esplicare il perché i libri che trattano i segreti mi fanno venire la merda al cervello.

2 commenti

Archiviato sotto a paola, bah shes an artist, io ti amo e tu lo sai, la di lei vita

lui è tornato.

Il mio incubo peggiore è tornato a farmi visita questa notte, devo ammettere che non accadeva da almeno un paio di anni di rivederlo, certo di sognare cose brutte mi è successo e varie volte e soprattutto quando ceno tardi e con i peperoni, ma sto parlando del mio incubo peggiore, quello che mi rincorre e che si affaccia con una regolarità di cui è consapevole solo lui e una qualche parte di me così profonda che mi è ancora oscura.

Mi sono svegliata con un balzo sul letto che erano le 3 e 23, sudata e senza lacrime questa volta. Il primo pensiero del risveglio è stato che non volevo riaddormentarmi e avrei dovuto alzarmi e far vagare la mente, invece no, sono rimasta nel letto e col pensiero che era un sogno e che non volevo riaddormentarmi e la mia mente che è a volte questa bestia oscura si era già messa d’accordo con il mio incubo peggiore per farmi compagnia per tanto altro tempo e non importa che si trattasse di frammenti di secondo perché l’ho vissuta come la notte più lunga degli ultimi due anni.

Il mio incubo peggiore, nella prima parte della sua visita vive in un appartamento all’interno del mio condominio, il suo portone è l’unico in ferro, non si vede il suo spioncino ma io lo so che ha lo spioncino, lo sa tutto il condominio. Non lo si vede mai in giro, non si sente mai la sua voce o la televisione accesa, non gli cade mai il posacenere, non esce a far la spesa, in pochi nel condominio conoscono il suo volto. Io lo conosco.

Il mio incubo peggiore fa si che io mi trovi in un appartamento, quello in cui vivo ora, fa si che io viva con la nonna, la nonna che è morta per essere precisi, in effetti la nonna per tutto il tempo della sua comparsa è distesa in un letto con una vestaglia bianca,  che è l’ultimo posto in cui ho visto quella nonna per essere ancora più precisi. Io e la nonna, come tutto il resto del mondo, siamo al corrente delle torture con omicidio che si sono verificate nei dintorni di casa nostra, la nonna dice che non è lui, non è stato lui…io le dico che è lui. La porta di casa nostra viene colpita da dei tonfi, è molto più che un bussare, dico alla nonna che sono sicura che è lui, lei mi dice di non aprire. La porta di casa si spalanca, mi sveglio di soprassalto che sono le 3 e 23.

Il mio incubo peggiore dimostra di essere più forte della mia volontà, non appena mi riaddormento parte un nuovo incubo, con nuovi personaggi e la stessa atmosfera che il mio inconscio ben conosce. Sono con due amiche, in una casa che non conosco e in un luogo che non conosco, mi dicono che devo assolutamente indossare un vestito che mi hanno portato loro per uscire e io indosso quel vestito pieno di paillettes. Quando arriviamo in strada un pastore tedesco mi viene incontro, mi butta a terra e mi annusa dappertutto, i poliziotti arrivano a ruota, uno di loro mi infila le manette sui polsi e mi dice che ho addosso l’odore di una persona sospettata di omicidio, gli dico che non sono io e gli dico che so chi è e il motivo per cui il cane lo ha fiutato è che il mio incubo peggiore ha lasciato traccia di sperma sul vestito, lo tolgo per indossare una tuta rossa e continuo a sentire quell’odore indelebile. Il poliziotto mi trascina in carcere e io dico che ci sono donne in pericolo e chiedo dove è il vestito e capisco che il vestito sempre quello viene dato da donna a donna a quella che deve morire solo che la donna non lo sa che deve morire, ne quella che da ne quella che riceve. Mi dicono che la mia amica ha reclamato la proprietà del vestito e che ora lo ha lei, lo sta indossando. Mi sveglio in un mare di lacrime alle 4 e 52.

Mi riaddormento esaurita, esausta, la mia amica è morta e io posso vederla ancora fasciata in quel vestito con il sangue che le scivola fuori da sotto i piedi, corro in direzione di una scaletta da pollaio, trovo dei fili di lana bianca e inizio a grattarli via, sono inseguita, non mi volto a guardare ma lui è li, gli chiedo se mi vuole morta mi dice di sì, sì e basta. La sveglia suona puntuale un attimo prima che mi faccia male che mi uccida, un attimo prima come sempre.

Erano due anni che il mio incubo peggiore non mi cercava, non si faceva avanti, erano due anni che mi lasciava stare ed oggi è tornato e io già so che devo lottare con qualcosa che è dentro di me sempre, anche ora, sì il mio ego.

4 commenti

Archiviato sotto marino, unforgettable

be my Captain.

Oggi è san valentino e io no.

E’ una di quelle ricorrenze che per un motivo o per l’altro non ho mai sentito, non ho mai festeggiato, non ho mai desiderato averci a che fare.

I più preparati lo sanno che quando ero una ragazzina piccina picciò il mio era un non festeggiare più forzato che altro, o meglio…quel cafone del mio ragazzo del tempo mi lasciava alla volta del 13 per tornare con me alla volta del 15 di febbraio. Io glielo avrei voluto dire che non volevo i baci perugina in confezione da tre che ricevevano le mie amiche (che poi erano i bacetti), gli volevo dire che non mi interessava alcun regalo, alcun biglietto (che poi lui scriveva che occorreva il decifratore)…gli volevo dire che io ero felice se lui stava con me. Non glielo ho mai detto.

Oggi è san valentino e io no, o meglio, io adesso ho il Capitano e io e lui non festeggiamo il san valentino perché non è una ricorrenza che sentiamo nostra. Quindi oggi è san valentino e noi no.

Un giorno di scorsa settimana che ero in vena di frivolezze, era la vena di frivolezze fisiologica puntualissima ogni ventotto giorni, insomma ero sul sito di m&ms che se lo desideri ti producono uno o più sacchetti personalizzati con la scritta che vuoi tu e secondo me era bellissimo e si poteva decidere anche il colore del confetto da infilare nel sacchetto e insomma…quel giorno che ero frivola ho ordinato un sacchetto con una scritta personalizzata per lui e col colore che piace a lui e col confetto che piace a me e ammetto di avere anche fatto arrivare il biglietto con su scritto 14 febbraio.

Ieri sera non era san valentino.

Ieri sera ho aspettato che il Capitano si mettesse comodo a vedere cose in televisione, sono scivolata via dal divano dove avevo finto di concentrarmi sulla lettura di un libro che vi racconterò tra qualche giorno e invece ero li ad escogitare un piano, ero lì che me la pensavo sul cosa fare e cosa non fare che i giorni della frivolezza essendo fisiologici mi avevano abbandonata già da un pezzo e io ho pensato che se gli avessi regalato una scatola di confetti m&ms personalizzati con una scritta frivola su ogni confetto e il giorno di san valentino mi avrebbe fatta ricoverare per delirio o simile. Sono scivolata via dal divano con il pretesto che dovevo prendere una cosa, avevo deciso che avrei buttato via il biglietto e che gli avrei consegnato il sacchetto dicendo solennemente “non è per san valentino” che non era visto che ieri non era davvero san valentino, avevo immaginato che lui avrebbe sorriso e datomi un bacino ci saremmo spartiti gli m&ms sul divano.

Mi piacciono i piani ben riusciti è che non ho mai avuto l’occasione di godermene uno, neppure ieri che fatalità quando io mi sono alzata lui ha risposto a una telefonata di lavoro e è venuto in corridoio per verificare una cosa sul suo computer, ha buttato un occhio nella mia direzione mentre ero nascosta dietro alla porta del corridoio impegnata a far sparire il biglietto, ha aperto e chiuso la bocca e io avevo tutte e due le braccia dietro la schiena e mi è venuto da ridere, lui ha messo giù il telefono e mi ha detto “cosa fai? cosa nascondi?” e io gli ho detto niente e mi veniva da ridere e mi pareva di essere in quella scena di pretty woman dove richard gere pensa che julia roberts si stia drogando e invece si voleva passare il filo interdentale in piena privacy e io glielo stavo per dire al capitano che era filo interdentale ma ero in corridoio, non ero al gabinetto e nessuno si passa il filo interdentale in corridoio. Ho tolto le braccia da dietro alla schiena e ho esposto il pacchetto al capitano prima che mi facesse il solletico e ho iniziato a urlare “non è per san valentino non è per san valentino non è per san valentino”.

Il Capitano poi si è portato il sacchetto di m&ms nella sua tana (il divano) e non me ne ha dato neanche uno.

Oggi è san valentino e noi no… e il concetto a cui ho ciondolato intorno www.google.it lo ha espresso daddio.

2 commenti

Archiviato sotto cose rosa

indelebile e aromatizzata alloro e rosmarino.

Ho passato gli ultimi venti anni di vita a perculare mia madre perché al sabato sera la cena era sempre a base di bolliti di carne e i tortellini in minestra con il brodo ricavato da quei bolliti.

E’ da sei anni che sono via da casa dei miei, quasi sette, in questo appartamento la domenica (ad esclusione dei mesi estivi) non è domenica se non c’è il ragù di carne.  Me ne sono resa conto solo oggi, mi sono fatta appiccicare il rito del cibo a cadenza settimanale. Lo metto su al sabato sera, sabato pomeriggio, non appena ho comprato la carne in genere. Siccome richiede ore e ore e ore sul fuoco lo faccio cuocere tra il sabato a qualche ora e la domenica mattina. Adesso è sul fuoco e infatti tra poco vado a vedere se è a posto di acqua e di sale.

Chi mi conosce lo sa, il ragu non è la mia cosa preferita, il mio primo preferito è la carbonara o qualsiasi cosa che contenga pancetta di maiale (gricia per dire), potendo decidere evito il primo e mi lancio a pelle d’orso sui secondi, in assenza di carne va bene qualsiasi preparazione a base di radicchio o di patate. Le uniche cose che non posso davvero mangiare sono i capperi e le acciughe, tutto il resto è gradito e così anche il ragu.

Sono cintura nera a ragu e l’ho fatto diventare un irrinunciabile rito della domenica. Se sono via, se so che salto il pranzo a casa o la cena o tutte e due io lo preparo lo stesso, a volte lo congelo per una sera che magari rientro da lavoro stanca o per un giorno che magari ho la febbre e allora avere un ragu pronto è una salvata. Avere il ragu pronto permette di poter fare una lasagna alla bolognese quasi su due piedi, improvvisandola. Permette di avere qualcosa di poco improvvisato se per caso ti ritrovi con gli ospiti inaspettati. Il rito del ragu non è della mamma.

Tra i cinque e gli undici anni abitavo in un altro posto, a Malcontenta, oggi quella città non so come sia e non conosco neanche tutti i quartieri, quello che so è di quando ci abitavo io e nel mio quartiere i nomi delle strade erano stati dati dai bambini della scuola. Io abitavo in una piazza, piazza dello spazio, la laterale dalla quale ci si arrivava era via del maggiolino, mi piaceva tantissimo. I miei vicini di casa avevano un grande orto e una fattoria, sono stati i miei primi veri amici di quel posto quei vicini li e non c’era alcuna barriera di età a dividerci, anche se io ero giovane e loro avevano l’età dei nonni abbiamo creato in qualche modo un rapporto paritario, da amici veri. I miei genitori al tempo avevano la pasticceria che di domenica era aperta e se già nell’infrasettimanale dovevano parcheggiarmi da qualche parente figuriamoci la domenica che per loro era il giorno di più gran lavoro in assoluto e io non avevo la scuola. Le cose per me hanno iniziato a girare bene quando anche i miei sono entrati in confidenza con i vicini e quando anche se passavo la domenica lì i miei non si sentivano in colpa e io non mi sentivo sola.

La E. la mia vicina con la fattoria si chiamava con un nome con la mia stessa iniziale, alla domenica faceva il ragu, alla domenica faceva il ragu e la pasta fresca e poi suo marito A. accendeva il fuoco in giardino e abbrustoliva il pollo e le costicine di maiale. Credo di essere stata una delle poche bambine che amava le verdure perché mi era concesso di raccoglierle dall’orto e insieme a loro e mi lasciavano mettere da parte quelle che prendevo su io che così poi a pulirle e a tagliarle a sapere che le avevo seguite io dalla raccolta al piatto mi suonava diverso che trovarmi l’asparago impiattato da mamma. La E. faceva il ragu e quello che c’era di diverso rispetto a quello della mamma era l’utilizzo di un sacco di erbe tra soffritto e cottura, ci metteva tanto alloro e tanto rosmarino e altre che non ricordo e la mamma invece nel suo non aveva quel sapore marcato di erbe. La E. infilava tutte quelle erbe, l’ho scoperto anni e anni dopo, perché usava le carni dei suoi animali e io non so bene perché ma le carni dei suoi animali erano più forti in sapori rispetto a quelle della macelleria al dettaglio. Dopo pranzo e dopo avere aiutato la E. a sistemare la cucina con gli enormi tavoli in legno, si poteva andare al pianoforte io ancora non avevo preso lezioni dal nonno quindi copiavo la E. senza sapere bene cosa stesse accadendo e la E. sapeva suonare poche canzoni ed erano tutte di Patty Pravo. La E. non aveva bambini della mia età che le giravano intorno e le prime volte bevevo acqua e poi però ha iniziato a ordinare l’aranciata nella bottiglia di vetro dal camioncino delle bibite e io lo sapevo che la prendeva solo per me. La E. mi insegnava che il grembiule era utile per appoggiarci il cibo che si raccoglieva in orto se lo piegavi su se stesso. La E. mi ha insegnato che bastava una passata di rossetto per far sembrare tutto più colorato. La E. quella volta che A. è morto per un infarto nel suo letto mi ha raccontato tutti i dettagli ed erano dolorosi e io avevo dieci anni e lui era il mio migliore amico e lei mi diceva che gli è scoppiato il cuore e di notte e che lei non riusciva a fare nulla e allora lo ha coperto di baci, su tutto il viso e sulle mani, gli ha dato i baci sugli occhi e sul naso e anche sulla bocca e non le interessava se lui aveva le bave che uscivano dalle labbra e i denti tutti stretti, il mio migliore amico era l’amore della sua vita e lei era li mentre moriva e non poteva fare nulla se non coprirlo di baci. A. è stato il mio primo lutto. A. è stata la prima perdita di una persona che avevo a cuoretto. E’ come se preparassi il ragu alla E. e a A. tutte le domeniche.

Andrò nei prossimi giorni a chiedere alla  mamma come mai le abbia il rito del bollito del sabato, sono sicura che è una cosa indelebile e importante.

8 commenti

Archiviato sotto a paola, i love them, la di lei vita

come si dice?

Mi sono resa conto che ho un difetto (uno) però chiamarlo così, chiamarlo difetto, non è corretto, non è la parola che meglio si sposa con questa mia caratteristica, neppure caratteristica si sposa.

dall’hoepli:

difetto
[di-fèt-to]
ant. defetto
s.m.

1 Mancanza, scarsità, insufficienza: le piante sono morte per d. d’acquad. d’ingegno, di memoriac’è d. di cortesia
‖ Essere in difetto di qualcosa, esserne privo, non averne a sufficienza
‖ Fare difetto, difettare, mancare
‖ MAT Per difetto, di approssimazione che rimane inferiore al numero da approssimare
A rileggere la definizione corretta di difetto come prima cosa mi sento ignorante, come seconda cosa mi sento come una che parla col dialettale piuttosto che con l’italiano preciso, come terza cosa elimino un mio senso di colpa, una cosa è dire “maaaaaaacazzo anche tu no” un’altra cosa è dire “è morto il cactus per difetto di acqua, chi lo avrebbe mai detto?”
Stai a vedere che ho un vizio…
vizio
[vì-zi-o]
s.m. (pl. -zi)

1 Disposizione al male, a ciò che è moralmente riprovevole: prendere, percorrere la strada del v.essere sulla strada del v.affondare nel v. fino al colloabbrutirsi nel v.
mi pare esagerato, disposizione al male? esagerato, non va bene.
Volevo, a questo punto, copiaincollarvi la definizione di mania ma quando l’ho letta ho lasciato stare, non è sicuramente neppure quello. Con la consapevolezza che le parole a volte fanno più confusione che chiarezza vado quindi a narrare un fatto.
Era l’estate dell’88, iniziate a sbadigliare, mio padre guidava  una fiat 127 che celeste così (sbiadito) l’ho visto solo quella volta e su una trabant. In estate io andavo in montagna coi nonni un mese, un mese e mezzo se mi comportavo bene (non sono mai stata un mese e mezzo e quando scadeva il mese la nonna festeggiava con alcolici e acquisti su postalmarket), mi ci portava mio padre e il giorno che mi ci portava era sempre di martedì, perché lui era pasticcere e il giorno di chiusura era il martedì.
Nella 127 di quella estate dell’88 avevamo la musicassetta di “musica è”, già. Se prima avete iniziato a sbadigliare, come da mio consiglio, ora è il momento di piangere. “Musica è” è un mini album, fa 5 tracce, durata totale della menata 27 minuti per approssimazione, durata del viaggio da casa mia nell’88, che era la ridente Malcontenta, (chi non conosce malcontenta metta un dito qui sotto) ad Asiago: 120 minuti inclusivi di sosta caramelle e pipì all’autogrill e scena famosa dell’esorcista sui tornanti. I dati che ho riportato svelano che esiste la possibilità che io durante quell’anno e durante entrambi i percorsi di andata e ritorno (eh si, dopo un mese ero di nuovo a malcontenta) abbia ascoltato Eros Ramazzotti Musica è per una media di 4,44 (periodico) volte per viaggio, per due viaggi fanno 8,88 (periodico).
Il primo che pensa che avrei potuto cambiare cassetta è un sempliciotto, ci sono delle superstizioni in questa storia dell’88 che fanno si che se nel viaggio di andata si ascoltava una cosa la si doveva ascoltare anche in quello di ritorno. E’ un’inculata lo so e in ogni caso io e papino abbiamo realizzato il dramma solo in quel momento, quando eros ha deciso di fare una mini cassetta invece che una cassetta vera, se no di solito ci preparavamo la musicassetta noi per conto nostro che papà aveva i vinili e mi faceva un sacco di cassette.
Credo che questo racconto possa essere vietato ai minori di sedici anni perché comunque non capirebbero, poi ho scritto inculata ma credo si usi.
L’altra cosa interessante è che se musica è, il pezzo, fa undici minuti e un po’ ti perdi via ad ascoltare, le altre canzoni sono brevi e  riascoltarle a raggio cortissimo fa male, non vi dico che male che aveva papino che oltre a eros si sentiva me che cantavo a voce altissima, io in qualche modo dovevo straviarmi, se no la macchina mi faceva male anche se non ero sui tornanti, cantare era l’unica via.
Con la 127 e quel modello di autoradio non potevo mandare avanti, così come non potevo mandare indietro, era un vero mangianastri, era consumato sul davanti da quanto vecchio. La radio non ha mai funzionato.
Oggi.
ho creato una decina di playlist che secondo me sono adeguate ai miei momenti, ho anche la possibilità di decidere una canzone tra tutte quante senza accontentarmi della playlist.
Mi metto le cuffie, parte una canzone e con un dito io passo a quella dopo e quella dopo e quella dopo e a volte passano anche dieci minuti sino a che decido quale è la canzone che voglio ascoltare. La ascolto e poi passano altri minuti per trovarne un’altra.
dieci minuti di avanti e indietro e una canzone – altri dieci minuti di avanti e indietro e una canzone…sempre così.
come si dice quando una fa zapping con gli auricolari?

3 commenti

Archiviato sotto giorni fantastici, la di lei vita

broccoli

Ieri sera, come ogni sera verso quell’ora li, ero a chiacchierare al telefono con la mamma, distratta in parte da un servizio brutto di studio sport e in parte dal gatto che mi grattuggiava il tappeto. Forse era più di distrazione il gatto che non potevo dirgli “via” che se no facevo confusione alla mamma, presente la confusione quale no? che sei al telefono con qualcuno e però vedi uno che conosci in persona e hai bisogno di comunicarci e però già sai che quello al telefono non capirebbe e allora  improvvisi qualcosa sul momento. Per far sparire il gatto mi è bastato alzarmi che lui è partito al galoppo in direzione camera e però non appena tornavo a sedermi lui tornava a seviziarmi il tappeto e allora io di nuovo a rialzarmi e lui al galoppo e io a sedermi e lui a tornare e nel mentre della telefonata con la mamma e un brutto servizio di studio sport.

Insomma la mamma mi chiede che cosa stavo preparando per cena, le dico che ho preso i broccoli e lei mi chiede se ho seguito i consigli del tg che a occhio han detto che co sto freddo e co sto vento è bene mangiare broccoli, le dico che no e che semplicemente i broccoli quella sera al superemme erano 0,64 euro alla confezione, non avrei dovuto perdere tempo ad aprirmi il sacchetto per pesarli che erano già pronti (ho delle enormi difficoltà ad aprire i sacchetti della frutta e verdura dei supermercati) e 0,64 mi pareva poco…poi comunque al superemme c’erano un sacco di teste di broccolo che quasi quasi solo ora mi viene in mente che forse il direttore del superemme è in stecca con quelli dei servizi dei tg.

La mamma mi racconta che al tg han detto un sacco di cose originalissime nel merito della condizione atmosferica e anche i consigli erano di quelli che uno non si aspetterebbe (mangiare broccolo, mangiare kiwi…sarà che io sono una di quelle che fumano e quindi come tutti quelli come me brucio la vitamina C con le sigarette e allora è da anni che sono consapevole che uno dei migliori integratori della C è il kiwi e se non fosse che il kiwi assieme alla mela e alla pera fa parte di quei frutti che dovrei avere proprio tanta fame per mangiarli mi tengo i miei cali di C o alla volta che trovo il broccolo già insacchettato rimedio con quello).

Questa mattina come quasi tutte le mattine era il momento del confrontarmi con la condizione atmosferica che uno può anche ghiacciarsi sulla fiducia che fuori ci siano meno due gradi e in una città costruita sull’acqua quindi i meno due umidi ma mica è lo stesso ghiacciarsi che raggiungere il porto a piedi, sino a che non sei li e sono le otto di mattina e non stai attraversando il porto di fatto non lo sai, la solidarietà sul ghiacciarsi sino a che non ci si ghiaccia sul serio è finta.

Sembravo la versione incazzata dello yeti, i capelli messi in piega mocio e la faccia bianca tendente al blu (che poi appena entri in un posto con clima a venti dai meno due in cui eri, escursione di ventidue gradi, fanculo il caffè al bar,  la faccia ti pare che ti si stacchi e prende il color sinistra), le labbra di laura palmer e che potevo contarmi i tagli del vento a memoria, l’arrancare perché ero in contromano rispetto al vento, i cazzo di jeans che sono non idonei a qualsiasi condizione termica, il cappotto che quello che io chiamavo “sfiancato” ora so che è presa d’aria sui reni, la sciarpa con cui mi faccio tre giri di testa mi pareva improvvisamente minuscola. Avevo male alle orecchie e mi è venuta una idea.

La mia migliore idea contro il male di orecchie è stato infilarmi le cuffie dell’iphone, ho fatto partire richard ashcroft e ho lasciato che mi cantasse per quei lunghissimi minuti che, dalla sua voce in poi, sono passati in un attimo. Sono passata dalla versione incazzata dello yeti a scrat quando abbraccia la noce (stare in tema glaciale mi pare corretto ai fini della narrazione), sul serio…potevano anche togliermi tutti i vestiti che io comunque sarei rimasta pacifica a botte di “no change I can’t change I can’t change” il primo che pensa che richard ashcroft è un cesso si renda conto di essere una persona poco originale e con dubbio gusto. Dopo questo episodio ho pensato che al tg oltre che a dire cosa è meglio mangiare e come è meglio vestirci dovrebbero anche consigliarci delle cose da ascoltare nel mezzo di una bufera di neve per distrarci, se il tg non ve lo dice secondo me è richard ashcroft, i hope you understand.

 

2 commenti

Archiviato sotto i love them, Uncategorized

giacché.

Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che se si tratta di ordinare un numero maggiore di due caffè io non sono in grado. Sbaglio il punto di vista, mi metto nei panni di un barista che però si mette nei panni del cliente e quindi si da vita a un circolo infelice nel quale inevitabilmente ci sarà un esuberò di caffè o una carenza di caffè o il numero corretto di caffè e però almeno uno sarà sbagliato. Il cliente normale dice: due macchiati un ristretto un lungo. Kerika dice: 4 caffè di cui due macchiati caldi uno corto e uno lungo. E’ tutto sbagliato, il barista mi malguarda ed è mattina e così presto che nessuno dei due ha troppa voglia di indagare sul numero esatto di caffè e di macchie e poi ci si distrae un attimo e poi “avevo detto lungo…questo è corto” “dammi lo rifaccio” “no va bene lo bevo lo stesso”. Ho smesso di ordinare i caffè al banco tre anni fa, non cambio mai bar per il caffè alla mattina così sanno già cosa prendo e siamo a posto, la volta che ho voglia di cambiare caffè non lo prendo proprio per non stressarmi.

La mia barista oggi, mezz’ora fa, aveva le frittelle al banco che a Venezia il carnevale impazza, le dico che quasi quasi…mi dice che sono tanto buone…le dico che sono a dieta che ho preso tre chili…mi dice che è impossibile che sono magrissima…le dico che no che lei è magrissima e che io ho preso tre chili…mi dice che io sono più magra di lei. Iniziamo a sorridere tutte e due e ci diciamo grazie all’unisono e ce ne sbattiamo le palle dei nostri tre chili cadauna in eccesso perché ai nostri occhi siamo magre e siccome viviamo sul momento questo ci basta.

Pensavo che leggere autori contemporanei è bello, una volta ho letto un post di una mia amica , se lo leggete è bello e  di divertenza e mi piace che lei abbia le palle necessarie a cantargliele, tanta gente direbbe “ma ti pare che fo le pulci a uno scrittore famoso” beh si e comunque concordo anche sul post. Comunque…da quando ho letto quel post ho pensato che forse è bello che qualcuno si trovi delle opinioni sui suoi scritti diverse dalle stelline di anobii, era un po’ che la covavo devo ammettere, insomma fatalità mi è capitato di leggere roba contemporanea, quello di breathers che avevo anche recensionato e poi più recente “la gente che sta bene”. Io cammino davanti alla Marsilio tutte le mattine, ieri li ho visti dentro a lavorare che erano le otto e dentro alla marsilio,  da fuori, riesci a vedere pile e pile e pile di libri e io lo trovo bellissimo alla mattina e tutte le mattine. Ho scritto una mail a ambo questi autori per mandare il mio parere personale, il mio punto di vista, le mie emozioni. Il libro di Federico è molto molto bello si sappia  e mi ha scatenato cose ed è da leggere, così come quello di Scott anche se profondamente diverso.

Sto lavorando a una letterina da mandare a Chuck Palahniuk.

Palahniuk, una volta una persona ha letto il mio libro e mi ha scritto “a tratti ricordi palahniuk” e io ho sorriso, la cosa uno di palahniuk è che ogni volta che lo devo scrivere vado a googlarlo e poi lo copio incollo, si anche ora. La cosa due di palahniuk (anche ora) è che ho letto un suo libro (diary) scorsa settimana, un libro che mi si è incollato alle dita, che non riuscivo a smettere di pensarci quando non potevo leggere e che per forza di cose ho dovuto tirar l’alba per finirlo, mi era impossibile dormire in ogni caso al pensiero di Misty. Era la prima volta che leggevo palahniuk (control v).

Nel libro di palahniuk (sì sì) a un certo punto sparisce qualcosa, ok sparisce una stanza e la prima persona che va a definire la sparizione la chiama “triangolodellebermudata”, accade all’inizio, è stata l’unica cosa per la quale mi sono sentita vicina a palahniuk, adoro giocare con le parole, amo le parole.

Pensavo a Fante. Da quando ho interagito con degli editor la mia vita di lettrice è cambiata, cambiata in maniera irreversibile, credevo che sarebbe cambiata la mia vita di una che ogni tanto scrive e invece è cambiata la vita di quella che più spesso legge, oggi è tutto buffo. Ho trovato un giacché in un libro di Fante, anche nel mio libro c’è un giacché, io non scrivo giacché, non è una parola che mi appartiene, non la considero non la sento mia, non ho forse una padronanza adeguata dell’italiano per inserirla al meglio, mi ricorda il mio primo fidanzato, non so, non è mia, è del mio editor. Pensavo a Bandini, a Fante, a Mencken. Magari neppure Fante usava il giacché.

9 commenti

Archiviato sotto cose arancioni, she's

cossa che ghe piaxe scriver sta fia. *

quando ero piccolina, più piccolina di tutti gli altri, ve lo ho detto in cento lingue che io sono una di quelle che ha fatto la primina, il mio giorno preferito era il lunedì, avevo la maestra unica, si chiama Cristina e fumava la sigaretta durante la ricreazione. Il lunedì mattina si faceva il tema in classe e io il lunedì mattina ero la prima ad alzarmi dal letto, anche se il mio papà del tempo faceva il pasticcere e la sua sveglia suonava alle 4 io ero lo stesso la prima.

La sveglia di quelli che fanno i pasticceri suona alle 4 se no voi non potete avere la colazione alle otto e non sto a farvi la spiega della brioche che chiede 12 ore di riposo prima di venir su.

Mi ricordo che la maestra Cristina ci dava tre temi – tre titoli – di solito uno era quello con un tema di storia, uno era quello con un tema di attualità, l’ultimo era un tema di fantasia. Mi prendevo sempre il terzo titolo e a prescindere, senza avere letto gli altri. La maestra Cristina dava un bel voto a chi aveva scritto il tema più bello e poi lo faceva leggere ad alta voce davanti a tutta la classe.

Quando ho letto il mio tema davanti a tutti per la prima volta ero imbarazzata, anche se lo sapevo a memoria quel tema li ogni tanto mi saltava una parola, quel tema era pieno di ironia e di battutine e di cose ridicole (avevo raccontato di una volta che sono stata a cortina con i miei ed era la mia prima volta), mi ricordo che mentre leggevo ero così presa dalla lettura che mi ero dimenticata di avere infilato tutta quella ironia e allora mi mettevo a ridere anche io.

Lo dico sempre che mi piace scrivere, mi piace anche disegnare, mi piace anche fare yoga, mi piaceva andare a cavallo. adoro stare sui rollerblade…ma scrivere.

La spensieratezza di quei lunedì mattina mi manca.

*quanto le piace scrivere a questa ragazza (cit. la maestra cristina)

1 commento

Archiviato sotto il tuo posto nel mondo, she's

tra una cosa e l’altra.

Son qui che parlo col gatto, Gennaro, gli ho detto che è buffo ma poca roba “sai che sei un pochetto buffo?”…”un pochetto” che se no che si offenda è un attimo e rischio lo svuotamento del cassetto delle mutande (lo svuotamento del cassetto delle mutande è una delle punizioni che il gatto preferisce infliggermi,  in effetti principalmente e quella e ogni tanto tirarmi giù la biancheria umida dallo stendino, basta e avanza).

Son qui che parlo col gatto e siccome mi sento ascoltata, come  poche altre volte nella vita, cerco di spiegare le cose al meglio e con estrema onestà.

Va così che tra una cosa e l’altra gli racconto che la notte tra il duemilaundici e il duemilatredici dodici ho baciato un cane, un cane femmina, apprezzo che non si arrabbi. Va cosi che tra una cosa e l’altra gli dico che sono un po’ triste che sono giorni che aspetto una telefonata che deve ancora arrivare. Va così che tra una cosa e l’altra gli spiego che io non è che sia sempre coerente, sono un sacco di cose ma coerente poco, a questa affermazione in particolare lui ribatte con un “maaaahhhooo” a polmoni pieni giusto in faccia e io capisco che è turbato e che proprio perché non sono coerente non sa mai dove trovarmi e come prendermi, un giorno deve spalmarsi sul mio cappottino per non farmi uscire così tanto (Gennaro tollera solo le mie uscite per la caccia), il giorno dopo deve occuparmi il letto per evitare che passi li tutto il tempo (Gennaro tollera che io sia a letto solo se lui riesce a occupare comunque più spazio di me).

Racconto a Gennaro di un mio amico, uno che mi ha mandato una cosa da leggere, gli racconto che io la sto leggendo quella cosa e ora ci sto anche lavorando, prima ancora che io possa proseguire con i dettagli Gennaro mi blocca, stavolta con un “mah” bello secco e però di nuovo bello pieno, Gennaro non tollera che io stia a computer a fare cose per altri..

Fondamentalmente, questo post, lo ho scritto con Gennaro che mi guarda da dietro il monitor del laptop, con la faccia tutta tonda e che ogni tanto si fa il dente su un angolo del monitor, il post sarebbe stato anche diverso in origine è che poi, tra una cosa e l’altra…mi si è messo in mezzo Gennaro.

Lascia un commento

Archiviato sotto io ti amo e tu lo sai