sono stata alla Piemme e non ero in gita scolastica.

Non so voi, ma quando ero piccolina le maestre facevano le gite al gazzettino, oppure nelle fattorie, oppure allo squero (per chi non sa: è dove si fanno le gondole o dove si riparano le gondole o comunque ci sono gondole), al museo di Venezia quello col dinosauro, insomma roba varia e eventuale (chi lo avrebbe mai detto che vedere ferrare un cavallo fosse interessante a sei anni) ma in casa editrice mai. Siccome io sono una di quelle che non si vuole perdere niente, oltre al desiderio di avere un pony, di fare la ballerina in un video di Robbie Williams, di imparare a cantare Volami nel cuore di Mina, volevo anche andare in una casa editrice.  Non che abbia scritto un romanzo per andare a visitare la Piemme, chiaro che no, però è così che è andata, magari i bambini di Milano vanno in gita lì a sei anni, io ho fatto per vie traverse, ma non ho perso la sorpresa, giuro.

Una cosa di poca rilevanza che fa parte del pacchetto: si arriva alla Piemme tranquillamente, senza perdersi, neanche se sei veneziano ti perdi, per arrivare al numero civico corretto. Sul portone poi non c’è un campanello  con Piemme scritto in chiaro, così noi nel dubbio li abbiamo suonati tutti, e lì ho avuto la prima voglia vera di scappare, un po’ perché mi sentivo in gita scolastica, di avere sei anni, e soprattutto una grande parte di me sapeva che la mia editor, un’altra persona che ancora non avevo conosciuto, mi avrebbe parlato del mio testo, gli avrebbe fatto le pulci, mi avrebbe chiesto di far morire l’uno o l’altra a metà e magari creare un incendio alla fine. Mi avrebbe fatto cambiare la chiusa, i titoli dei capitoli, i puntini di sospensione messi qui sopra e non più sotto, il criceto da compagnia sarebbe stato meglio se fosse un canarino o anzi ancora meglio un pappagallo ma con un difetto di pronuncia, mi avrebbe fatto inventare un difetto di pronuncia a un altro personaggio ma un difetto che si sente solo quando mente (o se prossimale al pappagallo), e io avrei iniziato a piangere, prima moderata e poi tendente al vitello, a sudare, a perdere sangue dalle orecchie e per poi lanciarmi da una finestra del palazzo. Tutti questi pensieri perché a sei anni la mia maestra non mi ha portata in gita in casa editrice e soprattutto a me è venuta la crisi da prestazione.  Non è accaduto niente di quanto sopra e nel mio libro non ci sono criceti peraltro, però sì, un pochetto ho sudato ecco.

L’attacco di panico mi è passato quando la mia editor (la mia editor) è venuta a prenderci sulla porta (la percezione reale è che ci ha salvati dall’ascensore), mi son sentita meglio da seduta, mi son sentita peggio quando ha tirato fuori degli appunti, mi sono sentita meglio quando è arrivato il direttore editoriale e mi ha fatto un sorriso sincero, peggio quando ho capito che non sapevo come stare seduta, meglio quando ho capito di non essere a un esame, meglio quando la mia editor ha iniziato a parlarmi e del mio libro e con un potere di contestualizzazione che ho sentito mio e della agenzia che mi rappresenta e basta. La mia editor le sapeva tutte e ha capito tutto, ero piacevolmente scioccata, non le è sfuggita una virgola, un passaggio, un colore, un dettaglio, non le è sfuggito niente di niente. Ho pensato “menomale che non è stata la mia maestra delle elementari” che lei qualche cosa se lo perdeva. Quando mi ha parlato del tutto io mi sono rilassata, non c’è niente di stravolgente, non ci sono tagli, non ci sono criceti ne pappagalli, ci sono delle piccole migliorie, delle sfumature (di arancione) e basta. Quando non mi agito vedo le cose meglio, così ci sono stati sguardi di intesa che mi hanno fatta sentire intelligentissima e preparata, ci sono stati i reciproci sorrisi spontanei, quelli che non puoi trattenere, che mi hanno fatta sentire in piena sintonia con lei, con Piemme, con il mio nuovo libro che ancora so a memoria, anche se avevo dimenticato di saperlo. C’era una professionista davanti a me che mi diceva che tutte le sfumature da fare sono perfettamente nelle mie corde, che non è preoccupata e che anzi è molto ottimista, la mia editor è incoraggiante. Avevo voglia di uscire e di raccontare tutto alla mamma, proprio come quando avevo sei anni, proprio come sempre (n.d.erika: la mamma l’ho telefonata dal portone in ogni caso). Devo chiedere alla mia editor se posso portarci anche la mamma anzi, la prossima volta, che quando la mamma aveva sei anni a scuola spesso non ci andava, aiutava la nonna nel lavoro, figuriamoci se aveva modo di andare in gita.

Abbiamo parlato poi della copertina, della promozione, dell’uscita, che non sarà domani, questo ve lo devo dire. Serve il tempo per me di fare le sfumature e il tempo per loro di lavorare, e desideriamo tutti fare tutto per benino, vi tengo sul pezzo.

Ieri ho vissuto un sogno, uno di quei sogni così belli da non avere neppure il coraggio di desiderare.

La moquette della Piemme è bianco tendente al grigio ma a me sembrava arancione.

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6 commenti

Archiviato in cose arancioni, giorni fantastici, la di lei vita

6 risposte a “sono stata alla Piemme e non ero in gita scolastica.

  1. Che figata! Sono proprio contento, te lo meriti, cazzo!
    Non vedo l’ora di leggerti!

  2. Grazie Capitano! non vedo l’ora anche io di tenerlo in mano, però allo stesso tempo mi godo questo meraviglioso momento di attesa.

  3. Le'

    è tanto bello.
    lo comprerò quel libro! non vedo l’ora!

  4. attendo, con ansia, gli estremi della nuova novella.
    e, comunque, complimenti, dato che ci sono sai com’è.

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