I bambini a volte non lo sanno e Valerio.

Ieri ho visto Valerio, l’ho incrociato in una pasticceria.

Quando ero bambina io a Marghera ci andavo un sacco, ma proprio tanto. Anche se non abitavo ancora lì. I miei genitori sono di Marghera, così come i nonni, gli zii, i cugini… Ho un intero albero genealogico localizzato a Marghera. La prima volta che ho visto Valerio ero a trovare le cugine, avremmo avuto sui sei, forse sette anni. Mi ricordo che stavamo passeggiando in via Trieste, la cugina più grande, quando ci siamo trovate in prossimità di Valerio, mi ha detto “non salutare”, la cugina più piccola si è nascosta dietro di me.

Valerio è alto, io lo guardo ma come mi ha detto mia cugina, non lo saluto. Lui ci guarda, sorride, poi mi accorgo che non sta sorridendo esattamente a noi, sorride in generale. Lui cammina, un po’ sorride e ci guarda e un po’ vede al di la di noi e continua a sorridere. Io mi accorgo che quell’uomo ha qualcosa di particolare rispetto a altri uomini che ho visto ma sono piccola e non riesco ad afferrare cosa.

Poi son passati anni e io mi sono trasferita a Marghera in via definitiva. Credo sia capitato intorno ai miei quattordici anni di aver visto di nuovo Valerio, era con papà. Li ho visti parlare davanti al bar di via Trieste, vicino al semaforo. Mi sono avvicinata per salutare papà e Valerio mi ha salutata, mi ricordo che non ho capito subito che mi stava salutando, mi ricordo che mi sono accorta che Valerio ha difficoltà a essere chiaro quando parla. Quando io e papà ci siamo allontanati, diretti verso casa, ho saputo che il nome di quell’uomo è Valerio. Curiosa come una capra gli chiesi se fossero amici e come mai visto che mia cugina mi aveva detto di non salutarlo. Papà mi spiegò che invece Valerio era proprio da salutare, che erano amici, che gli era successo qualcosa quando era un bambino e allora parlava e camminava in maniera diversa e soprattutto che era un buon uomo e molto solo. Papà mi disse di salutarlo, di salutare sempre.

L’ho salutato tutte le volte che l’ho visto, sempre. Col tempo il suo modo di parlare ha iniziato a suonarmi comprensibile, non siamo mai diventati amici come lo era con papà ma buoni conoscenti sì.

Ieri sera avevo un appuntamento con la mamma, in pasticceria.

Valerio era al banco, prendeva un aperitivo. Era da tanto tempo che non lo vedevo, mi è uscito un sorriso molto spontaneo. Non lo avevo mai pensato in questi anni, ci sono persone che conosco che purtroppo non mi vengono mai in mente, a meno che non le veda. Credo abbia intorno ai sessant’anni ora, forse di più, li dimostra tutti. Quando si avvicina a me e la mamma mi accorgo che ha messo su un bel po’ di pancia, la barba non è fatta, il maglione che indossa non è pulitissimo, mi chiedo se c’è qualcuno che si prende cura di lui. Lui chiede, ad alta voce, con la sua parlata speciale “come sta Ivano” non dice neanche ciao, chiede solo di mio papà. Io sto per aprire bocca, la mamma però è più veloce, gli spiega che in questo momento può solo stare a letto e che la situazione è un po’ così. Io cerco di sorridere perché vedo che nel viso di Valerio si forma una maschera di dolore, la mamma aggiunge che sta lavorando con una terapista, a Valerio cala una lacrima sulla guancia e rimane così a bocca aperta che un rivolo di saliva gli cola sulla maglia. La mamma è svelta “puoi venire a trovarlo sai”, lui si rianima “si può?” chiede, lei risponde di sì, io annuisco con un sorriso. Valerio dice che forse viene domani ma dobbiamo chiedergli di ripetere tre volte prima di capire.

Ci congediamo con sorrisi e poche parole che tanto non servono, quando Valerio esce dalla pasticceria le commesse iniziano a urlare “Auguri!” così scopriamo che era il suo compleanno e a ruota che ci ha lasciato due spritz pagati.

Il mio primo pensiero di stamane era rivolto alle cugine. Mi dispiace molto per loro, non le vedo da quasi vent’anni spero non abbiano continuato a perdersi qualcosa.

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