l’amore che ho.

Alla morte di David, qualche giorno fa, io non ero pronta ad ascoltare Space Oddity in particolare, ne null’altro sia stato prodotto da Bowie. La ragione è personale, e non ha niente a che vedere con la sua dipartita. Da novembre 2014 a febbraio 2015 (i mesi più freddi dello scorso anno) io andavo a correre (nelle ore più fredde), in cuffia avevo sempre Bowie, in particolare, appunto, Space Oddity. Non mi faceva correre più forte, non mi caricava, semplicemente faceva emergere i miei pensieri ricorrenti, brutalmente. Era come un riflesso, il mio corpo e la mia mente si erano abituati, alle prime note i pensieri fluivano e io per almeno un’ora potevo lasciarli fare. Mi concedevo quel tempo e basta. Poi, esattamente come avevo aperto, chiudevo. Tornavo alla mia vita, alle mie chiacchiere, alle serie tv, agli scritti, alle letture, alla cucina, alle letterine all’amica, alle lunghe telefonate alla mamma. Era la mia vita, quella precedente.

In uno dei momenti della mia vita precedente, era notte, mi sono arresa. Dopo quattro mesi, sì, da novembre a febbraio. E’ stato più che chiaro che tutto quello che potevo fare, o recuperare, lo avevo fatto. E’ stato chiaro che l’unica guerra che si stava svolgendo era contro me stessa. Il mio incaponirmi su quella vita, il mio essere legata a una forma futura che per definizione è sempre immaginata. A quel punto mi sono fatta una domanda, molto onesta: adesso dove lo metto tutto l’amore che volevo dare a lui?

Credevo di averlo buttato, invece era solo nascosto. L’ho assopito, tra le varie, con ausili chimici di cui non vado troppo fiera ma che per un po’ ho considerato addirittura utili. La verità è che implodevo. Ed ogni giorno peggiorava. Se in principio era evidente solo a me, col passare dei mesi, è diventato palese anche per chi mi stava intorno.

Mi è servito quasi un anno e mi sono servite tre notti e tre giorni in bianco, così tutto quello che avevo nascosto è uscito e con prepotenza. Ora so dove va il mio amore. Va alla mia famiglia, a cui sono stata appiccicata negli ultimi giorni, per la prima volta, dopo moltissimo tempo, per stare vicina loro, non più per sanare un mio bisogno. L’amore che ho, lo do a Django, il mio cane. Lui che si sveglia felice ogni mattina, e che va a dormire felice ogni sera. L’amore che ho è per le amiche, quelle vicine e a lei che è geograficamente fuori mano (o lo sono io), ma solo geograficamente. L’amore che ho lo do a persone che mi hanno avvicinata negli ultimi mesi, quelle che sul momento ho pensato cose tipo: “ti prego, no… lasciami stare che mi sto godendo l’ennesima giornata di solitudine al mare…” e poi, invece, sono state in grado di afferrarmi una mano, nonostante le mie resistenze, nonostante il mio negare un chiaro bisogno. L’amore che ho lo do a me stessa, non posso permettermi e comunque non farei grandi gesti (regalarmi un lungo viaggio sarebbe una fuga), con l’amore che ho vivo da sola e anche se con l’ultima influenza non ho potuto sentire il profumo, pulisco la casa di fondo con il sole di inverno. Con l’amore che ho sistemo i libri, decido quali quadri e dove. Con l’amore che ho faccio progetti per il futuro, con timidezza, consapevole che tutto potrebbe cambiare e che io dovrei tornare a ricostruirmi, e non importa perché il futuro che avrò lo sto costruendo non più immaginando, e con il mio essere, finalmente, presente.

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7 commenti

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7 risposte a “l’amore che ho.

  1. l’importante è averlo

  2. Francesca

    Non ha scadenza. E non devi nemmeno surgelarlo, per conservartelo.
    Baci
    F

  3. Barbara

    Brava, brava, brava! Fattelo dire..brava!

  4. Robertduck

    Ben detto!

  5. speakermuto

    La D è muta.

  6. momyone

    a Momy piace tutto questo amore

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