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I bambini a volte non lo sanno e Valerio.

Ieri ho visto Valerio, l’ho incrociato in una pasticceria.

Quando ero bambina io a Marghera ci andavo un sacco, ma proprio tanto. Anche se non abitavo ancora lì. I miei genitori sono di Marghera, così come i nonni, gli zii, i cugini… Ho un intero albero genealogico localizzato a Marghera. La prima volta che ho visto Valerio ero a trovare le cugine, avremmo avuto sui sei, forse sette anni. Mi ricordo che stavamo passeggiando in via Trieste, la cugina più grande, quando ci siamo trovate in prossimità di Valerio, mi ha detto “non salutare”, la cugina più piccola si è nascosta dietro di me.

Valerio è alto, io lo guardo ma come mi ha detto mia cugina, non lo saluto. Lui ci guarda, sorride, poi mi accorgo che non sta sorridendo esattamente a noi, sorride in generale. Lui cammina, un po’ sorride e ci guarda e un po’ vede al di la di noi e continua a sorridere. Io mi accorgo che quell’uomo ha qualcosa di particolare rispetto a altri uomini che ho visto ma sono piccola e non riesco ad afferrare cosa.

Poi son passati anni e io mi sono trasferita a Marghera in via definitiva. Credo sia capitato intorno ai miei quattordici anni di aver visto di nuovo Valerio, era con papà. Li ho visti parlare davanti al bar di via Trieste, vicino al semaforo. Mi sono avvicinata per salutare papà e Valerio mi ha salutata, mi ricordo che non ho capito subito che mi stava salutando, mi ricordo che mi sono accorta che Valerio ha difficoltà a essere chiaro quando parla. Quando io e papà ci siamo allontanati, diretti verso casa, ho saputo che il nome di quell’uomo è Valerio. Curiosa come una capra gli chiesi se fossero amici e come mai visto che mia cugina mi aveva detto di non salutarlo. Papà mi spiegò che invece Valerio era proprio da salutare, che erano amici, che gli era successo qualcosa quando era un bambino e allora parlava e camminava in maniera diversa e soprattutto che era un buon uomo e molto solo. Papà mi disse di salutarlo, di salutare sempre.

L’ho salutato tutte le volte che l’ho visto, sempre. Col tempo il suo modo di parlare ha iniziato a suonarmi comprensibile, non siamo mai diventati amici come lo era con papà ma buoni conoscenti sì.

Ieri sera avevo un appuntamento con la mamma, in pasticceria.

Valerio era al banco, prendeva un aperitivo. Era da tanto tempo che non lo vedevo, mi è uscito un sorriso molto spontaneo. Non lo avevo mai pensato in questi anni, ci sono persone che conosco che purtroppo non mi vengono mai in mente, a meno che non le veda. Credo abbia intorno ai sessant’anni ora, forse di più, li dimostra tutti. Quando si avvicina a me e la mamma mi accorgo che ha messo su un bel po’ di pancia, la barba non è fatta, il maglione che indossa non è pulitissimo, mi chiedo se c’è qualcuno che si prende cura di lui. Lui chiede, ad alta voce, con la sua parlata speciale “come sta Ivano” non dice neanche ciao, chiede solo di mio papà. Io sto per aprire bocca, la mamma però è più veloce, gli spiega che in questo momento può solo stare a letto e che la situazione è un po’ così. Io cerco di sorridere perché vedo che nel viso di Valerio si forma una maschera di dolore, la mamma aggiunge che sta lavorando con una terapista, a Valerio cala una lacrima sulla guancia e rimane così a bocca aperta che un rivolo di saliva gli cola sulla maglia. La mamma è svelta “puoi venire a trovarlo sai”, lui si rianima “si può?” chiede, lei risponde di sì, io annuisco con un sorriso. Valerio dice che forse viene domani ma dobbiamo chiedergli di ripetere tre volte prima di capire.

Ci congediamo con sorrisi e poche parole che tanto non servono, quando Valerio esce dalla pasticceria le commesse iniziano a urlare “Auguri!” così scopriamo che era il suo compleanno e a ruota che ci ha lasciato due spritz pagati.

Il mio primo pensiero di stamane era rivolto alle cugine. Mi dispiace molto per loro, non le vedo da quasi vent’anni spero non abbiano continuato a perdersi qualcosa.

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sono stata alla Piemme e non ero in gita scolastica.

Non so voi, ma quando ero piccolina le maestre facevano le gite al gazzettino, oppure nelle fattorie, oppure allo squero (per chi non sa: è dove si fanno le gondole o dove si riparano le gondole o comunque ci sono gondole), al museo di Venezia quello col dinosauro, insomma roba varia e eventuale (chi lo avrebbe mai detto che vedere ferrare un cavallo fosse interessante a sei anni) ma in casa editrice mai. Siccome io sono una di quelle che non si vuole perdere niente, oltre al desiderio di avere un pony, di fare la ballerina in un video di Robbie Williams, di imparare a cantare Volami nel cuore di Mina, volevo anche andare in una casa editrice.  Non che abbia scritto un romanzo per andare a visitare la Piemme, chiaro che no, però è così che è andata, magari i bambini di Milano vanno in gita lì a sei anni, io ho fatto per vie traverse, ma non ho perso la sorpresa, giuro.

Una cosa di poca rilevanza che fa parte del pacchetto: si arriva alla Piemme tranquillamente, senza perdersi, neanche se sei veneziano ti perdi, per arrivare al numero civico corretto. Sul portone poi non c’è un campanello  con Piemme scritto in chiaro, così noi nel dubbio li abbiamo suonati tutti, e lì ho avuto la prima voglia vera di scappare, un po’ perché mi sentivo in gita scolastica, di avere sei anni, e soprattutto una grande parte di me sapeva che la mia editor, un’altra persona che ancora non avevo conosciuto, mi avrebbe parlato del mio testo, gli avrebbe fatto le pulci, mi avrebbe chiesto di far morire l’uno o l’altra a metà e magari creare un incendio alla fine. Mi avrebbe fatto cambiare la chiusa, i titoli dei capitoli, i puntini di sospensione messi qui sopra e non più sotto, il criceto da compagnia sarebbe stato meglio se fosse un canarino o anzi ancora meglio un pappagallo ma con un difetto di pronuncia, mi avrebbe fatto inventare un difetto di pronuncia a un altro personaggio ma un difetto che si sente solo quando mente (o se prossimale al pappagallo), e io avrei iniziato a piangere, prima moderata e poi tendente al vitello, a sudare, a perdere sangue dalle orecchie e per poi lanciarmi da una finestra del palazzo. Tutti questi pensieri perché a sei anni la mia maestra non mi ha portata in gita in casa editrice e soprattutto a me è venuta la crisi da prestazione.  Non è accaduto niente di quanto sopra e nel mio libro non ci sono criceti peraltro, però sì, un pochetto ho sudato ecco.

L’attacco di panico mi è passato quando la mia editor (la mia editor) è venuta a prenderci sulla porta (la percezione reale è che ci ha salvati dall’ascensore), mi son sentita meglio da seduta, mi son sentita peggio quando ha tirato fuori degli appunti, mi sono sentita meglio quando è arrivato il direttore editoriale e mi ha fatto un sorriso sincero, peggio quando ho capito che non sapevo come stare seduta, meglio quando ho capito di non essere a un esame, meglio quando la mia editor ha iniziato a parlarmi e del mio libro e con un potere di contestualizzazione che ho sentito mio e della agenzia che mi rappresenta e basta. La mia editor le sapeva tutte e ha capito tutto, ero piacevolmente scioccata, non le è sfuggita una virgola, un passaggio, un colore, un dettaglio, non le è sfuggito niente di niente. Ho pensato “menomale che non è stata la mia maestra delle elementari” che lei qualche cosa se lo perdeva. Quando mi ha parlato del tutto io mi sono rilassata, non c’è niente di stravolgente, non ci sono tagli, non ci sono criceti ne pappagalli, ci sono delle piccole migliorie, delle sfumature (di arancione) e basta. Quando non mi agito vedo le cose meglio, così ci sono stati sguardi di intesa che mi hanno fatta sentire intelligentissima e preparata, ci sono stati i reciproci sorrisi spontanei, quelli che non puoi trattenere, che mi hanno fatta sentire in piena sintonia con lei, con Piemme, con il mio nuovo libro che ancora so a memoria, anche se avevo dimenticato di saperlo. C’era una professionista davanti a me che mi diceva che tutte le sfumature da fare sono perfettamente nelle mie corde, che non è preoccupata e che anzi è molto ottimista, la mia editor è incoraggiante. Avevo voglia di uscire e di raccontare tutto alla mamma, proprio come quando avevo sei anni, proprio come sempre (n.d.erika: la mamma l’ho telefonata dal portone in ogni caso). Devo chiedere alla mia editor se posso portarci anche la mamma anzi, la prossima volta, che quando la mamma aveva sei anni a scuola spesso non ci andava, aiutava la nonna nel lavoro, figuriamoci se aveva modo di andare in gita.

Abbiamo parlato poi della copertina, della promozione, dell’uscita, che non sarà domani, questo ve lo devo dire. Serve il tempo per me di fare le sfumature e il tempo per loro di lavorare, e desideriamo tutti fare tutto per benino, vi tengo sul pezzo.

Ieri ho vissuto un sogno, uno di quei sogni così belli da non avere neppure il coraggio di desiderare.

La moquette della Piemme è bianco tendente al grigio ma a me sembrava arancione.

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era tutta campagna.

Ho detto a pochi intimi che in questi giorni mi hai portata a passeggiare, perché penso che sia stato così bello che una parola in più o una in meno, di quelle dette con la voce, avrebbe portato le persone fuori contesto. La mamma per dire,  che anche se fuori contesto ci ha preso in pieno “passeggiato come i pensionati?” sì. Che l’idea che ha la mamma dei pensionati è una idea diversa da quella di altri, diversa dalla mia di idea in ogni caso. I pensionati della mamma sono benestanti e privi di pensieri ossessionanti e con la casa sempre in ordine perché i figli sono adulti e indipendenti, e il pranzo che si svolge alle dodici in punto e la cena alle diciannove in punto e potrebbe accadere il terremoto ma il formaggio grana è in tavola e grattugiato per tempo. I pensionati che vanno a fare la passeggiata pomeridiana e si fermano a prendere il gelato e le pastine per il dopo cena. I pensionati che vedono le nuove case del quartiere e lo dicono ad alta voce che lì, una volta, era tutta campagna.

Ora la mamma non ci ha preso con i pensionati, questo è quello che credo, o forse mi sbaglio, o forse ho ragione, non lo so. La mamma ci ha preso con la sua idea di noi, che non avevamo pensieri opprimenti, che ci siamo fermati a prendere il gelato e io ingorda come al solito ho preso una pallina di nocciola e una pallina di nutella e una pallina di mascarpone e quel gelato finiva mai, e io allora ti ho dato le mie dita da tenere perché erano fredde e le tue no che avevi preso solo una pallina di cocco e l’hai finita in tre bocconi. Il quartiere con le nuove costruzioni e a chiederci se mai costruiranno anche altre scuole, se metteranno il negozio di fiori o se ci toccherà andare sempre in centro. Poi abbiamo fatto la strada dove ci sono i tre pony e io ogni volta devo insegnarti come mettere le mani vicino alle bocche degli equini, mi chiedo se lo fai apposta a sbagliare perché così poi ho modo di insegnarti qualche cosa anche io. Poi abbiamo visto il canetto felice, grande come una tua mano, ci siamo ripromessi di passare a trovarlo tra un mese per vedere quanto grande sarà diventato. E poi abbiamo fatto dei pensieri che sono desideri per il futuro e delle riflessioni su quello che è ora. Quando la passeggiata è finita la casa l’abbiamo trovata un pochetto in ordine e un pochetto no che i gatti si sono divertiti in nostra assenza, e la cena è stata ordinata alla pizzeria export perché io non avevo voglia di pensare a cosa cucinare.

Mi piace che la mamma senta quando stiamo bene.

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come si dice?

Mi sono resa conto che ho un difetto (uno) però chiamarlo così, chiamarlo difetto, non è corretto, non è la parola che meglio si sposa con questa mia caratteristica, neppure caratteristica si sposa.

dall’hoepli:

difetto
[di-fèt-to]
ant. defetto
s.m.

1 Mancanza, scarsità, insufficienza: le piante sono morte per d. d’acquad. d’ingegno, di memoriac’è d. di cortesia
‖ Essere in difetto di qualcosa, esserne privo, non averne a sufficienza
‖ Fare difetto, difettare, mancare
‖ MAT Per difetto, di approssimazione che rimane inferiore al numero da approssimare
A rileggere la definizione corretta di difetto come prima cosa mi sento ignorante, come seconda cosa mi sento come una che parla col dialettale piuttosto che con l’italiano preciso, come terza cosa elimino un mio senso di colpa, una cosa è dire “maaaaaaacazzo anche tu no” un’altra cosa è dire “è morto il cactus per difetto di acqua, chi lo avrebbe mai detto?”
Stai a vedere che ho un vizio…
vizio
[vì-zi-o]
s.m. (pl. -zi)

1 Disposizione al male, a ciò che è moralmente riprovevole: prendere, percorrere la strada del v.essere sulla strada del v.affondare nel v. fino al colloabbrutirsi nel v.
mi pare esagerato, disposizione al male? esagerato, non va bene.
Volevo, a questo punto, copiaincollarvi la definizione di mania ma quando l’ho letta ho lasciato stare, non è sicuramente neppure quello. Con la consapevolezza che le parole a volte fanno più confusione che chiarezza vado quindi a narrare un fatto.
Era l’estate dell’88, iniziate a sbadigliare, mio padre guidava  una fiat 127 che celeste così (sbiadito) l’ho visto solo quella volta e su una trabant. In estate io andavo in montagna coi nonni un mese, un mese e mezzo se mi comportavo bene (non sono mai stata un mese e mezzo e quando scadeva il mese la nonna festeggiava con alcolici e acquisti su postalmarket), mi ci portava mio padre e il giorno che mi ci portava era sempre di martedì, perché lui era pasticcere e il giorno di chiusura era il martedì.
Nella 127 di quella estate dell’88 avevamo la musicassetta di “musica è”, già. Se prima avete iniziato a sbadigliare, come da mio consiglio, ora è il momento di piangere. “Musica è” è un mini album, fa 5 tracce, durata totale della menata 27 minuti per approssimazione, durata del viaggio da casa mia nell’88, che era la ridente Malcontenta, (chi non conosce malcontenta metta un dito qui sotto) ad Asiago: 120 minuti inclusivi di sosta caramelle e pipì all’autogrill e scena famosa dell’esorcista sui tornanti. I dati che ho riportato svelano che esiste la possibilità che io durante quell’anno e durante entrambi i percorsi di andata e ritorno (eh si, dopo un mese ero di nuovo a malcontenta) abbia ascoltato Eros Ramazzotti Musica è per una media di 4,44 (periodico) volte per viaggio, per due viaggi fanno 8,88 (periodico).
Il primo che pensa che avrei potuto cambiare cassetta è un sempliciotto, ci sono delle superstizioni in questa storia dell’88 che fanno si che se nel viaggio di andata si ascoltava una cosa la si doveva ascoltare anche in quello di ritorno. E’ un’inculata lo so e in ogni caso io e papino abbiamo realizzato il dramma solo in quel momento, quando eros ha deciso di fare una mini cassetta invece che una cassetta vera, se no di solito ci preparavamo la musicassetta noi per conto nostro che papà aveva i vinili e mi faceva un sacco di cassette.
Credo che questo racconto possa essere vietato ai minori di sedici anni perché comunque non capirebbero, poi ho scritto inculata ma credo si usi.
L’altra cosa interessante è che se musica è, il pezzo, fa undici minuti e un po’ ti perdi via ad ascoltare, le altre canzoni sono brevi e  riascoltarle a raggio cortissimo fa male, non vi dico che male che aveva papino che oltre a eros si sentiva me che cantavo a voce altissima, io in qualche modo dovevo straviarmi, se no la macchina mi faceva male anche se non ero sui tornanti, cantare era l’unica via.
Con la 127 e quel modello di autoradio non potevo mandare avanti, così come non potevo mandare indietro, era un vero mangianastri, era consumato sul davanti da quanto vecchio. La radio non ha mai funzionato.
Oggi.
ho creato una decina di playlist che secondo me sono adeguate ai miei momenti, ho anche la possibilità di decidere una canzone tra tutte quante senza accontentarmi della playlist.
Mi metto le cuffie, parte una canzone e con un dito io passo a quella dopo e quella dopo e quella dopo e a volte passano anche dieci minuti sino a che decido quale è la canzone che voglio ascoltare. La ascolto e poi passano altri minuti per trovarne un’altra.
dieci minuti di avanti e indietro e una canzone – altri dieci minuti di avanti e indietro e una canzone…sempre così.
come si dice quando una fa zapping con gli auricolari?

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meglio di una cosa bella c’è solo una cosa semplice e arancione.

Qualche sera fa, che rientravo a casa da lavoro, ho deciso di fare la strada del cantiere. La strada del cantiere sono due chilometri di strada scarsi che mi sparo a piedi, a piedi e al freddo e quel giorno c'era il vento diddio, a piedi e al buio perché nella strada del cantiere non ci sono ancora tutti i lampioni e soprattutto non ci sono ancora tutti i residenti.
Questo nuovo cantiere lo hanno fatto comparire in una notte, son sicura, una sera sono andata a letto e il cantiere non c'era e poi quando sono passata col pulmetto nell'indomani avevano tirato su questo cantiere. Lo hanno fatto comparire davanti a delle case di nuova costruzione. Io che sono una di quelle che i panorama li nota mi sono immaginata i poveretti che si sono insediati scorso anno nelle case nuove e avevano la vista parco e fiumetto con le anatre e quei poveretti ora hanno la vista cantiere e il rumore pure.
Attraversare di sera per di la non è la mia cosa preferita, ho paura di inciampare, ho paura di cadere in un tombino e di essere trovata li dentro due anni dopo, ho paura dei topi che escono dal fiumetto, ho anche paura che ci siano  i malintenzionati. La strada buia è perfetta per i malintenzionati. Comunque ero li e col buio e di sera e attraversavo questi due chilometri scarsi per andare a casa. Mi sono infilata un auricolare nell'orecchio, uno solo che così potevo sentire il rumore degli eventuali malintenzionati e il rumore dei topi. Il rumore invece di io che cado in un tombino lo avrebbero dovuto sentire gli altri, a parte che non c'era nessuno, quasi nessuno.
Inizio a vedere una cosa che pare un' ombra da distante, una piccola ombra, era un contorno umano, non era quello di un topo ed era un contorno solo. Quel contorno aveva qualcosa di strano che gli pendeva da un fianco. Come prima cosa ho immaginato che fosse un bazooka e che volesse bazookarmi. Sono ottimista e nel dubbio preferisco una morte violenta e veloce, non robe da ansia tipo final destination, robe leggere come terminator.
L'ombra mi viene sempre più incontro e io ho deciso che pare trasportarlo con troppa serenità per essere un bazooka. L'ombra è quasi davanti a me e siamo in un angolo della zona del cantiere dove non posso allargarmi, ci devo passare vicina per forza o tornare sui miei passi. Siccome non voglio che mi spari alle spalle, e soprattutto voglio provare a fargli gli occhi da bambi per dissuaderlo dall'uccidermi, continuo per la mia.
Siamo uno di fronte all'altra e lui mi dice "scusa? hai da accendeRe?" ha un bongo legato al fianco, non era un bazooka era un bongo, quello che si suona non quello che si fuma. Il ragazzo più carino dei ragazzi inclusi tra i venti e i venticinque anni. Dovevate vederlo, un faccino pulitissimo e abbronzato e due occhi castani enormi e in testa una serie di dread corte tenute insieme da una fascia. Ho pensato che se fossi stata sua zia avrei perso tutti i miei soldi i mancia da elargirgli ad ogni visita. Gli ho dato il mio accendino in mano che è una cosa che non faccio mai. col cazzo che lascio toccare il mio accendino a uno che non so dove aveva le mani prima di metterle sul mio accendino. 
mi ha ringraziata, ciao, ciao e ognuno per la sua.
Un paio di orette dopo ero già in divano che avevo deciso di fare la serata film, sento tum tum tum tum, verifico che non sia il mio cuoretto e infatti non è. era un tum tum tum tum esterno.
Ho chiamato il capitano che era in cameretta e gli ho detto "senti?" e lui mi fa "si è un bongo in parchetto qui sotto" e io "lo so chi è che suona" e lui allora si mette in finestra e guarda sotto per vedere se anche lui sa chi è che suona, non lo sa. Gli racconto la storia della strada del cantiere e del bazooka che era un bongo e dell'accendino e poi gli dico che secondo me adesso quel ragazzo li mi sta facendo una serenata che le cose belle bisogna anche sentirle.
Una serenata in sol arancione.

Segnalazioni: ho visto l'isbn del mio libro, è stato qualche giorno fa, l'isbn è l'isbn, non c'è un cazzo di interessante in un isbn da segnalare direte. invece si, il mio isbn finisce per 42 e per chi ama douglas adams la mia segnalazione da niente ha un valore completamente diverso. per chi non ama douglas adams come prima cosa vi consiglio di leggerlo che è bello e in ogni caso il 42 secondo me è un numero che sa di arancione.

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last but not least

ho passato dei giorni intensi, intensissimi, vivi.
ho ricevuto quasi tutti i regali che avevo chiesto a babbo natale, sono fuori di:
la letterina
il bagno in oceano
la carne di renna
il girasole
andare a cavallo da massimo
il desiderio 28

significa che mi si sono avverati numero 22 desideri su 28, mi pare buono.

mi pare un inizio.
mi pare che nel dueedieci abbia ancora senso fare le letterine a babbo natale.
ma non volevo parlare di questo.

ho subito craniosacrale scorsi giorni, una cosa strana. non era forse neanche craniosacrale so che ho sentito i vortici sulla pancia e il caldo e il freddo. so che non ero preparata, io non ero preparata, nessuno mi ha detto "ora ti tratto" nessuno. so che non ero sdraiata su un materassino blu, ero seduta, su una sedia scomoda ed ero piena di mal di pancia e con gli occhi gonfi e col mal di pancia e la pelle verdognola e gli occhi gonfi e l'umore…diomio, avrei potuto incendiare i campi con un rutto da tanto ero incazzata.
e però.
e però secondo me il mio corpo ha memoria a se stante. una cosa che non controllo io, allora quando il mio corpo sente che c'è quello della craniosacrale in zona si mette comodo, lascia che lui si attacchi. Anfatti lui ha detto "vieni qui" e basta, e poi ha fatto tutto il mio corpo, come se io non fossi importante, io il mio umore, il mio mal di pancia, i miei occhi gonfi. lui sente quello della craniosacrale e si mette in postura, si mette in postura anche se siamo su una sedia scomoda. si mette in postura anche se quello non dice nulla, al mio corpo non frega un gran cazzo delle mie resistenze pensavo, non gli interessa, fa nulla se io sono incazzata, se non ho voglia, se ho da fare altro, il mio corpo è egoista ed egocentrico.
un po' lo ringrazio il mio corpo perché se avesse dato retta a me avrei ancora il mal di pancia.

probabile che io non volessi parlare neppure di questo, sarà stato il mio corpo.

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La terapia cranio-sacrale e il more than a feeling (una recensione serena).

 Ieri ho subito un po' di terapia cranio-sacrale ed era la mia prima volta. Tecnicamente sarebbe stata la seconda ma la prima prima volta il contatto era stato veloce ed era una prima volta “sonda” un po' come quando prima di accarezzare un mastino napoletano fai finta di accarezzarlo, gli fai solo annusare le mani, quindi nonostante la sensazione sia stata piacevole e nonostante l'impegno di chi operava, come nelle migliori prime volte la prima cranio-sacrale volta è stata una esperienza quasi del tutto irrilevante se paragonata alla seconda (che poi per tempi e tecniche era comunque la prima…poi se ci sarà una terza volta che però ufficiosamente sarebbe seconda o forse prima non mancherò di certo di raccontarlo).

Una premessa da parte di chi non sa ne leggere ne scrivere: La mia estetista, la stessa che mi fa ceretta e unghie e brufoli, ha un attestato di massaggio cranio sacrale nel suo studio.

Un'altra premessa onesta: Non toccatemi, mi da fastidio. Non sfioratemi non venitemi addosso non usate il mio corpo per appoggiarvi che lo detesto, non sopporto i contatti fisici con persone che non ho espressamente autorizzato ad avere contatti fisici con me e i contatti fisici decido io quali e come. Va da se che la mia estetista a parte farmi peli, unghie e brufoli non può assolutamente aspirare a parlare col mio medico interiore.

Ho subito il cranio-sacrale in una struttura ospedaliera.

Il lato tutto positivo della situazione è che la persona che ha operato la terapia, nel suo merito, è ampiamente qualificata, un po' come lo è la mia estetista nel suo che io la cera non andrei a farla da nessun'altra Alessia al mondo.

Il lato tutto negativo della situazione è che io non impazzisco per gli ospedali e per i medici e per gli infermieri e per i terapisti e in generale per uomini e donne con camici bianchi e magliette bianche e pantaloni bianchi e gli zoccoli. A me non piace stare li, vado in agitazione, mi si chiude lo stomaco mi prende uno stato di ansia ho il batticuore, respiro male, mi fa male la pancia, mi fa male lo stomaco, ogni tanto mi viene un attacco di mal di denti e, soprattutto, perdo il sorriso.

Sono in quell'ospedale tre giorni su sette.

Quando il tutto ha inizio sono tesa, sono così tesa che mi pare di sentire la schiena che si sfalda, presente le cime delle navi che tirano tirano tirano e pensi che prima o poi si distruggeranno? Ecco, così.

Metto in pratica in velocità la mia esperienza sullo yoga, mi guardo che sono in tensione, lo accetto e non faccio nulla per modificarmi, prendo respiri e lascio che i miei respiri si occupino della mia tensione.

Il terapista mi dice qualcosa su un suo paziente che io conosco, mi faccio influenzare dalle sue parole anche se non voglio e immediatamente desidero essere diversa da quel suo paziente sotto alle sue mani. Realizzo di aver paura di essere ammalata.

Continuo a far yoga, uso il respiro per provare a calmarmi e poi quando vedo che non mi calmo per un cazzo accetto che forse va bene se resto in stato di ansia. Non appena lo penso sento il nervo che si rilassa.

Sapevo cosa stava facendo perché glielo avevo visto fare e mi aveva anche spiegato cosa andava a fare, nonostante questo, mentre stavo sul lettino non avevo idea di dove avesse le mani, le braccia, di dove fosse, di cosa stesse facendo. Il mio corpo stava reagendo in un modo che io non conosco e non ho mai sentito, mai provato.

Sentivo vortici di caldo, prima sulla pancia poi ovunque, vortici di freddo, male a un braccio, un dolore lancinante alla testa, il gelo.

Tutto questo in una trentina di minuti.

Quando avevo il sospetto che fosse vicino lo cercavo con gli occhi e poi ero contenta che fosse vicino davvero.

Ho chiuso gli occhi e ho sentito che vicino a me c'erano delle galline e questo, ve lo giuro sul canguro è vero, non era un effetto della terapia c'erano delle galline vicino a dove stavo io. Ho aperto gli occhi e il terapista era ancora li, ho pensato che nell'eventualità che subissimo un attacco da parte di una gallina o due sarebbe stato forte abbastanza da cavarsela da solo, il mio intervento non sarebbe stato richiesto.

Alcuni gesti mi irritavano, mi davano fastidio, ho applicato di nuovo yoga, nello yoga alcune posizioni (asana) non fanno male e non si è comodi semplicemente ti danno fastidio, a yoga ti insegnano ad osservare e basta che cosa ti da fastidio e ho fatto uguale mentre subivo il trattamento.

A un certo punto mi ha detto che avevo un campo energetico fortissimo e che aveva dovuto deglutire. Come prima cosa ho deciso di prenderlo come un complimento e poi ho deglutito anche io che non si sa mai, mi pareva una buona idea. Poi mi sono ricordata del mio ginecologo, quello che ha la brutta abitudine di commentare il mio utero ad alta voce nel mentre che mi visita l'utero.

Poi un sacco di silenzio, nessuna voce, nessuna porta, nessuna gallina, sentivo solo me stessa, sentivo che respiravo.

Poi, sempre col silenzio, se ne è andato. L'esperienza è finita.

Non mi sono dilungata sui dettagli delle sensazioni che ho provato perché credo sia una cosa personalissima e non voglio influenzare nessuno ne in positivo ne in negativo (ho visioni sparse di gente disperata perché non ha sentito freddo o non ha sentito caldo o non ha sentito male alla testa nella esperienza cranio – sacrale), soprattutto è personalissima. Durante la terapia mi chiedevo se la persona che mi praticava il trattamento sentiva qualcosa e se sentiva qualcosa cosa. Mi chiedevo se sentiva il mio male e fondamentalmente mi cagavo addosso perché non essendo un coglione pensavo avrebbe scoperto qualsiasi piccolo danno o disagio del mio corpo in tempo zero. Avevo la sensazione che solo a sfiorarmi potesse vedermi dall'interno e siccome lui non è quella che mi fa i peli avevo paura che potesse riconoscere delle cose brutte.

 

Still point: nel cranio sacrale esiste una cosa che si chiama still point. In pratica basandosi sul fatto che il corpo segue un flusso, chi opera la terapia blocca il flusso per un momento. Bloccare il flusso per un momento vuol dire che quando poi esso riparte lo fa alla stragrande. Ve la ho fatta a grandi linee, i medici e i terapisti e gli operatori e le estetiste e chiunque altro mi perdoni, da profana è come dire che hai il pc che fa lo stronzo, è lento, ci mette dai due ai tre anni a salvare o ad aprire un file e col gran cazzo che puoi avere più di sei finestre explorer aperte, tu che lo conosci gli dai un bel riavvia il sistema e quel riavvia il sistema fa si che il tuo pc per un pochetto funzioni meglio.

Questa era la mia visione di still point per dummies.

Poi se ne è andato. L'esperienza è finita. Mi tiro su dal lettino col colpo di reni perché sono un coglione, mi gira la testa e mi pare di essermi svegliata da poco anche se non ho dormito. Torno a stendermi qualche minuto giusto per evitare di farmi male da qualche parte.

Percorro i corridoi dell'ospedale, faccio le scale dal terra al terzo come al solito, mi sento di trascinarmi il corpo addosso per minuti, forse per quasi un'ora.

Spingo una sedia a rotelle, parlo con un mio amico, prendo l'ascensore, sento che improvvisamente qualcosa sta cambiando.

Mi sento in forze. Sono tornata in forze.

Sono tornata così in forze che mentre ripercorro il corridoio dell'ospedale penso che se alzassi le braccia in aria e solo mi concentrassi abbastanza potrei far saltare via le piastrelle dei mosaici dai muri.

Lo penso e ne sono convinta. Mi sento così e non so se sia uno still point, me ne sbatto le palle io mi sento così.

La persona che spingo sulla sedia a rotelle mi dice “Erika vai piano che mi fai venire il raffreddore” mi devo sforzare per rallentare.

A distanza di 24 ore sono ancora che mi sforzo per rallentare e non far saltare le piastrelle dai muri.

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