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di Ancona, delle amicizie, del mondo che è un orticello.

Il piano originale prevedeva che io mi alzassi dal letto, con il colpo di reni, contestualmente all’allarme della sveglia, settato a ore sette.

Quello che è accaduto (invece) è che stavo ancora poco bene dal giorno prima, in piena carenza di energia, impossibilitata a uscire dal letto, con giramenti di testa a ogni movimento. Sono riuscita ad alzarmi alle otto e mezzo, con evidente ritardo sulla tabella di marcia, e lasciare Venezia in favore di Ancona poco prima delle dieci.

Per tutto il viaggio di andata (po’ meno di quattro ore)  passavo dallo stato comatoso allo stato zombie. Il Capitano secondo me era contento che non cantavo.

Arrivati ad Ancona centro i miei amici mi hanno vista ma io non ho visto loro, così abbiamo rifatto il giro del piazzale, poi di nuovo loro mi hanno vista e io continuavo a non vedere loro, anche se si sbracciavano. Abbiamo parcheggiato fiduciosi che fossero lì, c’erano ed erano bellissimi. Siamo andati a pranzare in un posto dove fanno la pasta fatta in casa, ho ceduto un po’ della mia porzione al Capitano che ha fatto finta di fare i complimenti.

Siamo andati alla Feltrinelli, Carlotta che mi salutava dalla vetrina, siamo entrati alla Feltrinelli, Carlotta che mi salutava dalla classifica locale, forse l’ho solo immaginato ma mi pareva dicesse “ciao mamma”. Sono salita al piano di sopra di Feltrinelli e c’era Beniamino che era il mio relatore. Abbiamo fatto sedici foto buffe insieme, tutte venute mosse e un po’ male, ma ridevo tantissimo.

I miei amici poi ci hanno portati a Portonovo, il Capitano si divertiva un sacco nel pieno della digestione a farci fare i tornanti con l’automobile con le sospensioni in assetto rigido da corsa. Portonovo è bellissimo, c’erano i germani e le anatre e poi i miei amici dicevano che se arrivavano i gabbiani le anatre scappavano. I gabbiani delle Marche sono grandi un terzo dei gabbiani veneziani, infatti quando arriva un gabbiano veneziano non è che scappino le anatre, scappo io.  Il monte Conero ha iniziato a fare ombra dopo una mezz’oretta. Noi eravamo sulla spiaggia con alle spalle la pineta, ogni tanto mi arrivava una zaffata di salsedine e ogni tanto una di pineta.

Poi sono tornata ad Ancona, il Capitano è partito in escursione con i miei amici, io ho fatto amicizia con Beniamino invece, e il suo barman di fiducia. Abbiamo riso molto, ci siamo raccontati aneddoti, il tempo un po’ è volato e siamo andati verso la libreria.

Una cosa molto bella che è successa è stato che prima della presentazione abbiamo iniziato a chiacchierare di libri, in principio parlavamo io e lui e basta, poi si sono infilate nel discorso le persone che erano lì, e quelle che erano parole sottovoce sono diventate dibattito.

Un’altra cosa molto bella è che a fine presentazione una mia amica è arrivata tutta trafelata, in corsa, un po’ con fare timido da sono in ritardo e un po’ da “fermi tutti e continuate a parlare” e anche se mi è dispiaciuto per la sua corsa mi ha fatto tanto sorridere. Poi un’altra cosa che mi è piaciuta è stata quando eravamo in conclusione della presentazione, e io ho detto “vi leggo un pezzetto” e una signora si è alzata e ha detto “noooo, per favore, ho gente a cena e non ho ancora finito di preparare” e siccome ci pareva parecchio disperata la abbiamo liberata.

Poi siamo tornati tutti insieme dal barista di Beniamino e abbiamo continuato a ridere sino alle lacrime.

Nel viaggio di ritorno cantavo. Il Capitano secondo me era contento che cantavo.

Quando siamo arrivati davanti alla porta di casa siamo stati travolti da una puzza di piedi agghiacciante, era un odore molto vicino al gorgonzola e la fogna. Ci siamo guardati intorno e l’occhio ci è caduto sulle scarpe della figlia della vicina, lasciate sull’uscio di casa sua, abbiamo convenuto che la seienne non può avere i piedi così puzzolenti, proprio non può. A un metro di distanza c’erano delle scarpe da uomo, fuori dall’uscio della vicina. Come prima cosa questa mattina ho controllato se c’erano ancora quelle scarpe in ballatoio, non c’erano,  sono convinta che se ne siano andate da sole. Comunque è stato molto bello ieri sera quando io e il Capitano ci siamo levati le scarpe in casa (noi le teniamo in casa perché sono le nostre scarpe) e abbiamo convenuto che i nostri piedi sanno di gelsomino.

Anche la foto qui sotto mi fa molto ridere.

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un consiglio.

Quel pomeriggio di diciotto anni fa questa donna era una ragazzina di quindici anni e tu eri più grande, non lo so esattamente di quanto ma eri ben più grande. Quella domenica pomeriggio hai avuto questa idea del cazzo di toccare il culo a quella ragazzina, ma non era la tua unica idea del cazzo. Hai deciso di agire proprio nel momento in cui il buttafuori della discoteca era in prossimità di questa ragazzina. Ma ancora non è tutto. Quel buttafuori era il padre di uno degli amici di questa ragazzina.

Sai quanto ho pianto quando il papà del mio amico ti ha spiegato due cose? ho pianto tantissimo, tutta la domenica pomeriggio e nei giorni a seguire. Perché anche se non avevo avuto modo sino a quel giorno di provare tanto disagio, (era più che disagio, era fastidio, più che fastidio, mi hai fatto schifo)  mi sentivo comunque  in colpa per la situazione. Perché, avendo concesso un certo tipo di confidenza fisica ad alcuni amici, ancora non riuscivo a spiegare cosa ci fosse di così sbagliato in te. Non avevo ancora avuto modo di formarmi, nessuno me lo aveva spiegato prima, afferravo le differenze ma non riuscivo a comprenderle. Ero così ragazzina che sentivo che mi avevi turbata senza capire il perché.

Ti ricordi quel giorno che ci siamo incrociati alla fermata dell’autobus e mi hai chiesto scusa? io me lo ricordo.

Questa mattina volevi che ti offrissi una sigaretta mentre tutto quello che io desideravo era che ti levassi dalle palle. Quando ho iniziato a dartele corte sapevo che avresti reagito a tono, però conta che dirmi oggi “ogni volta che ti vedo mi viene in mente quel pomeriggio in discoteca” non è da furbi.

Conta che quello che dici mi ferisce, probabilmente potevo razionalizzare meglio in questi anni, quando hai pronunciato quelle parole mi sono sentita annientata e sotto il tuo controllo per dei lunghissimi minuti.

Ma sai cosa cosa c’è di nuovo? il fatto di essere tornata in quel tempo oggi, che di anni ne ho un po’ più di trenta, mi ha fatto bene. Ho tutti gli strumenti per comprendere la situazione, per vederla da distante, per distruggerti.

La prossima volta che mi incroci fai il giro largo.

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Era contentissima.

Ho telefonato alla mamma, volevo darle la bella notizia.

Son partita dal solito più e meno di tutti i giorni, il lavoro, la vita, il pulmetto, i gatti, il capitano…

Al culmine del più e meno solito, finalmente le dico che sono piaciuta tanto a questa Grande casa editrice, lei mi dice che è contenta, io le dico che hanno deciso di acquisire i diritti  del mio romanzo, lei mi dice che è contenta.

Dopo sei minuti di reciproca contentezza mi chiede chi è la casa editrice, e io le dico che è la Edizioni Piemme, e lei allora,  sempre più contenta, mi dice “le Edizioni Piemme? ma davvero? ma sono proprio contenta” e io son li che sorrido anche con le orecchie. Le chiedo come mai aveva così ben presente le edizioni Piemme che lei di solito non è tipo da citare editori, e lei allora mi dice “ma scherzi? edizioni Piemme? certo che mi vengono in mente subito, sono quelli che hanno pubblicato anche  Suor Germana” e poi aggiunge ” è l’editore di Suor Germana!” ed era davvero tanto contenta, e sì, anche io.

La notizia ufficiale è qui.

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una lista di cose e tempo per farle.

Ci sono eventi vicende alle quali pur di non partecipare mi farei martellare uno stinco da Anne Wilkes.  Mi capita almeno tre volte al giorno. Che si tratti di sentire racconti così insipidi e inutili da far cadere le palle orecchie, o che sia perché per caso passavo in corridoio mentre una ha detto all’altra il peccato segreto dell’anno, che si tratti di presenziare a noiosissimerotturedicojoni eventi per i quali mi sento un po’ che non sulla fiducia…per un motivo o per l’altro vengo tirata sempre in mezzo.

Nella mia vecchia vita devo essere stata una di quelle che non andava mai agli appuntamenti e che non telefonava per avvisare e che quando qualcuno desiderava parlarmi io parlavo sopra.

Poi c’è la cosa del gatto.

Quando apro gli occhi alla mattina il primo che vedo è il gatto, quando li chiudo alla sera l’ultimo che vedo è sempre il gatto, lo stesso gatto, Gennaro. Mi sono fatta più di un pensiero nel merito, soprattutto per la mattina che al mio risveglio i gatti hanno fame, più di qualche volta è capitato che il motivo stesso del risveglio fosse il gatto, poi ovvio che quando apro gli occhi lui si è già messo seduto e immobile ma io lo so che ha passato dei minuti a camminarmi sulla pancia per raggiungere l’obiettivo “sveglia-pappa”, infatti questa cosa del passeggiarmi sulla pancia capita di domenica quando secondo lui è tardi. Stamattina il Capitano è rientrato verso le sei, ha dato le pappe ai gatti e Gennaro si è messo a mangiare, a distanza di qualche bocconcino, il Capitano e i gatti hanno sentito la mia sveglia che suonava e Gennaro ha preso la fuga in direzione della mia camera (mi racconta la voce viva del Capitano), con aria vagamente preoccupata e la testa bassa a controllare il pavimento, infatti mentre io smadonnavo contro la sveglia Gennaro mi è balzato addosso per farmi vedere che era lì, presente.

Allora ho pensato che magari io ho i miei problemi e le mie cose di vita e lui i suoi, tipo “questa mattina sono arrivato in ritardo per svegliare la mamma” “spetta che vado a mettere a letto la mamma” “è il momento del divano con la mamma” “tra dieci minuti arriva la mamma” “cago fuori dalla cassetta per dimostrare quanto sono arrabbiato con la mamma”, il mio gatto un paio di vite fa deve essere stato un carceriere, di quelli bravi anche, che il metodo lo ha ancora tutto.

 

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hai 24 ore

oggi che potevo restare sotto il piumetto un po' di più mi son tirata su un po' prima delle sei. Non c'è un perché, a parte il gatto che mi camminava sopra avanti e indietro. Il gatto comunque era sopportabile.
Ho acceso il melafonetto e come prima cosa mi è arrivato un sms da un numero che non conosco che dice: "hai 24 ore", ho risposto che erano le sei e dieci di poco fa e mi sentivo anche in ritardo perché l'sms mi è arrivato alle 2 di stanotte, io alle due di stanotte ero nella versione ghiretto on.
ho scritto "per fare che?" e son qui che ci penso.
La mia prima idea era che avessi 24 ore di vita. Si perché io sono una di quelle ottimiste. Allora ho riflettuto se fosse questo un buon momento per morire, questo o tra 24 ore e secondo me no. Ho pensato che se morissi alle due di notte di domani mio fratello mi ammazzerebbe. Abbiamo troppe cose in corso di opera in questo periodo io e la mia famiglia.
Allora poi ho pensato che c'è qualcosa che devo fare entro le due di notte di domani ma non mi è venuto in mente nulla. 
Ho un sacco di scadenze da completare in questo periodo, libro, lavoro, famiglia, tasse, desideri. Un sacco di scadenze. Ma nessuna di queste deve essere completata entro le due di notte di domani che io sappia.
Allora poi ho pensato che avessero sbagliato numero. 
Come si fa nel dueedieci a sbagliare numero? e io son coglione forte su ste cose e ho le dita troppo grandi per il mela ma non sbaglio numero. Sbagliavo numero quando ero più piccolina.
Secondo me non me lo dirà che cosa devo fare in queste 24 ore ed è un peccato perché a me piace fare i compiti.
comunque ho deciso, o mi si dice 24 ore per fare cosa o non ci sto.

o.t.: ieri ho ricevuto un presente che mi ha incendiato il cuoretto, non caldo, incendiato. Ci potevo cuocere le uova col cuoretto. 
sempre ieri ho deciso che era un momento di abbracci, una cosa che non faccio mai, ho addirittura preso l'iniziativa, da qui a dieci anni sarò in grado di scambiare pacche sulle spalle ed effusioni a tutti i miei amici. (se non muoio alle due di prossima notte chiaro).
sempre ieri, ero con un mio amico che è afasico e lui voleva che dicessi una cosa a sua mamma che non era li con noi, era al telefono e però non capivo cosa dovevo dirle perché lui mi indicava un dolce alle mandorle che stava sopra al tavolo e la mia sciarpa e io dovevo interpretare e tradurre. non so come ho fatto ma a un certo punto ho detto "Signora, porti una torta al cioccolato" perché la mia sciarpa era nera. Non so se la torta al cioccolato fosse la cosa che aveva in testa in principio il mio amico afasico ma gli è piaciuta.
se muoio il mio blog passa ad anonimista, non fatelo arrabbiare che è del toretto.
se muoio sappiate che vi amo tanto. come lo dicono gli inglesi "I love you sooooo fucking much" 
update: alla fine c'è stato un perepequaquaquaquaperepe con la rubrica di quello che mi ha mandato l'sms.
pare che non solo non fosse riferito a me ma anche che non avesse nulla a che fare con una morte. nel dubbio ho messo la sveglia alle due meno cinque.

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del wagner, dei calzini spaiati e del lattice.

 

Son qui che rimugino sul perché, nonostante il mio enorme impegno, ogni volta che tiro fuori i calzini dalla lavatrice essi sono spaiati. Come se la lavatrice nascondesse, per poi non rubare, e far saltare fuori un calzino in più o qualcuno in meno ad ogni lavaggio.

Mentre rimugino sulla cosa dei calzini mi salta fuori una memoria. Avevo tredici anni, quasi quattordici e una infermiera cercava disperatamente di appaiarmi dei calzini.

Stavo in un ospedale. Ero una lunga degenza. Ero una degenza di quattro mesi. Era giugno del 1991, qualcuno di voi già trombava, io ero piccolina, ero così piccolina che mi misuravano il peso in ettogrammi.

Che quell'infermiera intrigata coi calzini è legata a quella degenza lo ho capito dopo un piccolo lavoro di scavo e nello scavo inevitabilmente mi è venuta su una memoria di me che ero così piccola che mi misuravano il peso in grammi. Era l'anno 1984, nel 1984 pochissimi di voi già trombavano.

Inutile negare le evidenze e inutile resistere, sto andando lunga, ormai sono partita dai caparossoei e se pensate di continuare a leggere e dovete fare la pipì vi conviene andarci adesso.

Nel 1984 ero in montagna, ero tutta contenta perché stavo li con lo zio cattivo, io dello zio cattivo ero innamorata persa. Lo zio cattivo si chiamava, non a caso, Marino e chi mi conosce un pochetto meglio sa che Marino è anche il nome del mio amico immaginario, quello che mi corregge le bozze dei post, e si, anche in questo esatto momento.

Ero in montagna con i miei e con i nonni materni e con un sacco di altri parenti ma me ne sbattevo le palle di tutti gli altri perché ero in montagna con lo zio cattivo. Lo zio cattivo era cattivo perché mi prendeva per le caviglie e mi teneva a testa in giù per ore (ok meno di un minuto ma a me pareva fossero ore), mi prendeva per le braccia e mi faceva girare insieme a lui velocissimamente, mi tirava su e mi lanciava in aria. Mi piaceva tantissimo ma ero così fighetta che non sono mai riuscita a dirglielo, urlavo come un ossesso e basta, nel mio cuore credo che lui lo sappia che mi piaceva tanto stargli vicino.

Un giorno in montagna mi è salita la febbre altissima, era così alta che lo zio cattivo mi ha tenuta distante, venivano solo le donne della famiglia nella mia cameretta, venivano li, mi raccontavano le favole, mi mettevano stracci sopra alla fronte, mi imboccavano di the caldo e ho sentito la nonna che parlava di sanguisughe o forse mi confondo con qualcosa d'altro, resta che stavo malissimo. Mi hanno portata al pronto soccorso e mi hanno ricoverata. Sono stata dentro all'ospedale per dieci giorni quella volta ed è stato il mio primo caso di m_d_f. Avevo una infezione all'apparato urogenitale.

Il ricordo più vivo che ho della degenza è un'infermiera, lei era giovane ed era bella ed era buona con me, una volta però mi ha portata al bagno e voleva che facessi pipì dentro a un contenitore. A parte i maschietti, voi femminucce…avete mai avuto il m_d_f? Una acutissima cistite? La sensazione di pisciare lamette? Ho tanto pianto. Ho ottenuto più lacrime che pipì quella volta e loro dovevano controllare se avevo sassetti sui reni non sassetti sugli occhi.

 

Da piccolina, a prescindere dallo zio cattivo, avevo iniziato a guardare il mondo a testa in giù, mi piaceva tantissimo camminare con le mani. Quando non passeggiavo con le mani stavo ore appoggiata ai muri con i piedi per aria, dovevate vedere quanto diventavo rossa in faccia. Dovevate sentire quanto mi rompevano i coglioni tutti… maschiaccio, ti va il sangue in testa, ti spacchi un braccio, ti spacchi la testa, ti viene la meningite (ecco questa della meningite non la ho mai capita ma me la diceva la stessa nonna delle sanguisughe allora penso ci stia di non capire).

Un giorno ho dovuto smettere di passare il tempo a testa in giù perché mi faceva male un braccio, ma male forte eh, mi faceva così male da inibirmi dallo stare a testa in giù e anche se avevo provato a stare in verticale con un braccio solo era una cosa troppo difficile e che avrei dovuto imparare a fare prima di avere male perché comunque lui mi serviva anche solo per imparare li in appoggio.

A proposito, in questi mesi, dopo aver saputo che una mia amica è stata operata al tunnel carpale, ho iniziato a usare il mouse con la sinistra, ho imparato e son contenta, mi venisse quella cosa al carpale destro sarei egualmente in grado di usare il mouse.

La diagnosi dei miei genitori (lui un pasticcere e lei una casalinga con precedenti da parrucchiera) per il dolore al braccio è che sono ipertestaingiù, a smettere di far verticali mi dovrebbe passare il dolore.

Dopo un pochetto che non facevo più le verticali avevo lo stesso male al braccio, mi hanno portata dal mio medico di base (quello che ho a tutt'oggi) e lui è un brav'uomo ed è un ottimista e i suoi pazienti non hanno mai nulla di grave, soprattutto è un ottimista che per dire mio fratello scorso anno è stato malissimo un giorno e ha preso paura ed è andato da questo medico

mio fratello: e insomma avevo sudori freddi e un forte dolore al fegato e faticavo a respirare e poi sono svenuto

medico: ah ma non è niente tromba e starai meglio.

Mio fratello: …

medico: anzi non trombare che magari è una cosa dovuta all'affaticamento, fai così, fatti trombare e starai meglio.

 

Il medico ottimista quella volta mi fa mettere una fascia al braccio, una fascia immobilizzante. Una fascia elastica che ho indossato per un po'. Mi ricordo che un giorno che ho levato la fascia ho pensato che la fascia non aveva immobilizzato un gran cazzo perché avevo il braccio storto, il mio avanbraccio era storto, era così storto che era più piccolo dell'altro. Non so come dirlo meglio di così ma immaginate un bastone da passeggio, bello diritto, il bastone da passeggio bello diritto è il mio braccio destro, ora immaginate un bastone da passeggio con un nodo naturale del legno nel suo finale, quello è il mio braccio sinistro.

Qualcuno chiama questa cosa al mio braccio “disarmonia”, qualcuno la vede come un intervento chirurgico fico, qualcuno morbo di madelung.

Il chirurgo che mi ha seguita lo abbiamo cercato per un anno prima di trovarlo, era vecchio, so che è ancora vivo, credo sia intorno agli ottanta, nonostante fosse vecchio io mi sono innamorata di lui. Sapere che mi aveva presa in cura era rassicurante, sentivo un sacco di amore. Avevo il batticuore bello ogni volta che lo vedevo.

Un giorno, in una visita mi ha detto che avrebbe voluto aspettare il primo sviluppo del mio corpo prima di operarmi, tette, peli, ciclo mestruale, brufoli, robe così. E' questo il motivo per cui io sapevo che sarei andata in ospedale un bel po' prima di andare in ospedale. Per fortuna poi ha aspettato solo il ciclo mestruale perché se stava ad aspettare veramente anche le tette sarei ancora da operare.

Mi hanno preparata bene a quell'intervento, mi hanno preparata benissimo, il piano era questo:

  • Verrai ricoverata quando la scuola va in pausa estiva.

  • La degenza sarà lunga ma da quando sarai in forma in poi potrai andare a casa nei week end.

  • Ti infiliamo un apparecchio in lega leggera sulle ossa dell'avanbraccio che così si raddrizza.

  • L'intervento sarà lungo.

  • Ti preleviamo del sangue tuo da restituirti con calma più avanti.

  • L'apparecchio in lega ce lo devi ritornare che costa milioni.

  • Si si te lo rimuoviamo noi.

  • Dai vai a farti vedere dall'anestesista che poi dopodomani si opera.

  • Si ti dobbiamo depilare il braccio anche se son solo tre peli.

  • Adesso ti mettiamo una mascherina, tu conta da dieci a zero e ci vediamo dopo.

 

Dieci nove otto sette

occhi azzurrissimi del mio chirurgo

il nulla

 

Hanno impiegato sette ore e mezzo ad operarmi e io non ho nessun ricordo di quelle ore.

Mejo.

Sono nella cameretta e vedo la mamma, mi parla ma non capisco, sento male e ho sete.

Era il mio primo intervento chirurgico e mi ero immaginata che all'uscita sarei stata bene, stavo di merda invece.

Un momento che ricorderò tutta la vita è di quando la mamma, che pensava di rassicurarmi, pensava di aiutarmi, ha tirato su il lenzuolo che avevano messo per coprirmi il braccio. Mi ha detto “guarda.” e io ho visto la bestia.

L'apparecchio in lega leggera lo si può spiegare in mille modi, nessuno dei modi è in grado di chiarire l'idea, neppure il mio però vado lo stesso di spiega.

Avete presente quando la gioca (produttore di pattini a rotelle) ha lanciato nel mercato quei pattini che li si poteva allungare tramite una prolunga che stava sotto al piede? Il mio apparecchio in lega leggera era una cosa così, in quel momento in particolare la prolunga era chiusa. Lo avevano attaccato tramite viti al braccio, quattro viti, due infilate nelle ossa del polso e due infilate nelle ossa dell'avanbraccio. Si fa schifo ma soprattutto, nel momento subito dopo l'intervento, faceva male, faceva schifo e faceva male e avevo tutto il pigiama e il lenzuolo pieno di sangue, schifo male sangue = lacrime. Per la fanciulla che ero e per la donna che sono sarebbe bastato il sangue, il sangue anche di altri, a far uscire le lacrime.

L'apparecchio aveva una rotellina con su scritti i millimetri, una volta ristabilita, dopo l'intervento, avrei dovuto girare la rotellina di un millimetro al giorno in modo da arrivare ai due centimetri di braccio che, non per contenuto ma per disposizione, mi mancavano.

Il chirurgo di cui ero innamorata mi veniva a trovare tutti i giorni più volte al giorno. Parlavamo di un sacco di cose, tutte che non avevano nulla a che fare col mio braccio. Mi ero anche quasi pensata che da grande avrei voluto essere un chirurgo come lui.

Poi comunque deve essere successo qualcosa e infatti mi occupo di fine food.

Ero nell'ospedale da quasi un mese e ho iniziato a fare riabilitazione. Mi seguiva una donna, si chiama Maurizia, lei aveva iniziato a seguirmi da prima solo che doveva venire lei su in camera perché io ero deboluccia e non si fidavano a lasciarmi in giro per l'ospedale a camminare col coso sul braccio, avevano paura che mi facessi male. Lei veniva su dicevo e mi muoveva la mano ma pianissimo.

Poi ho iniziato io ad andare a vedere la Maurizia dentro alla sua palestra e c'erano un sacco di persone che facevano le cose con la palla medica. Lei era stupenda, mi faceva sempre ridere ed era bravissima, sapeva come prendermi. Alla mattina mi svegliavo ed ero già che pensavo alla Maurizia.

Un giorno lei non c'era nella palestra, ho trovato uno, un uomo, un maschio, un terapista. Quasi non mi ha parlato se non per dirmi che la Maurizia non mi avrebbe più seguita e che avremmo fatto io e lui insieme. Non so neppure come si chiama, me lo ha anche detto ma avevo chiuso il cervello talmente tanto che non lo ricordo.

Poi si è messo i guanti e ha iniziato a farmi le cose che mi faceva la Maurizia, però non era come lei, anche se mi muoveva la mano uguale non era lei.

Un po' più pesante o un po' più leggero, non era lei.

Una volta ritornata in camera mi sentivo la sua puzza addosso, non era il profumo della Maurizia era la sua puzza e la sua puzza era puzza di guanti in lattice. L'apparecchio esterno in lega non poteva bagnarsi, uno perché costava milioni e due perché se si bagnava lui mi si bagnava il braccio e io in quel braccio avevo quattro ferite pronte a far vermi. Non potevo mai lavarmi bene quanto volevo. Potevo lavarmi solo le dita della mano e solo da sopra il gomito. La puzza di lattice mi rovinava tutti i momenti. Quando il terapista mi veniva a prendere in camera, perché io non sono mai più voluta scendere in autonomia, scoppiavo a piangere. Di sera facevo pensieri su di lui, speravo svanisse nel nulla durante la notte, di giorno quando lo incrociavo nei corridoi lo sfidavo apertamente, gli facevo vedere che facevo i compiti e lo interrogavo su cose che speravo non sapesse, invece poi le sapeva tutte.

Continuavano a saltarmi i permessi week end, non mi lasciavano andare a casa perché avevo sviluppato una depressione e svenivo di continuo.

Un giorno che mi pareva di sentirmi bene e che speravo di andare a casa nel week end mi hanno scoperto un principio di infezione durante una medicazione.

Mi davano delle bibitone a base di cioccolato perché non volevo neppure più mangiare.

Non ho mai detto a nessuno che non mi piaceva stare con quel fisioterapista senza nome, lo sapevo solo io. Mi raccontavo quel segreto in loop, ingigantivo il dolore ogni volta che ripercorrevo i ricordi del tempo con lui, mi annusavo il braccio per sentire la sua puzza. Pensavo usasse i guanti perché gli faceva schifo toccarmi, gli faceva schifo toccarmi perché avevo un apparecchio al braccio (si chiama wagner), gli faceva schifo il wagner perché quel wagner faceva schifo a me.

Non volevo andare veramente in permesso a casa, non ho mai voluto andare veramente a casa, perché i ragazzini son cattivi e io ero nella fase in cui aspettavo le tette e i ragazzini, le due volte che sono andata a casa, mi hanno chiamata robocop. Hanno continuato a chiamarmi robocop per anni dopo, qualcuno ancora mi ricorda così. Ho un blog che si titola capitan uncino, io stessa, ogni tanto, ancora mi ricordo così.

Mi ricordo con una disarmonia al braccio, mi ricordo la depressione, mi ricordo la rabbia verso quel fisioterapista giovane che era peter pan, e capitan uncino peter pan lo odia anche se poi non ne può davvero fare a meno.

 Oggi so che è stato più facile disprezzare un uomo che usava i guanti perché aveva più di un paziente, è stato più facile farsi venire una depressione, è stato più facile svenire = scappare, è stato più facile farsi uscire una infezione, è stato più facile sviluppare un'allergia al lattice, sono state più facile un sacco di altre cose tutte dettate da pensieri negativi piuttosto che ammettere una volta, una sola, la verità. La verità è che mi faceva schifo avere il wagner e che visto che faceva schifo a me, non indossandolo con disinvoltura, procuravo disagi anche agli altri.

Mi difendevo come meglio potevo. Facevo questo.

Non ho mai lavorato su questi ricordi prima di ora, di questi giorni. In passato mi limitavo a dire che avevo rotto un braccio o che avevo un morbo e basta.

Poi deve essere successo qualcosa perché ora son qui.

Una volta mio padre è stato molto male. Molto male. Nulla era in mio possesso se non stare li, potevo solo stare li con lui. Un giorno mentre stavo li sono passata per la libreria dell'ospedale, ero andata a far turismo che non avevo abbastanza testa per leggere. Nella libreria vendevano oggettistica e ho visto una deliziosa coccinella con calamita. L'ho comprata, sono corsa su sino al quinto piano a piedi per attaccarla subito al suo letto. Dovevate vedere che contento che è stato mio papa di quella coccinella. Una volta che doveva farsi la tac ha fatto tenere la coccinella in mano all'infermiera per tutto il tempo.

Poi mio padre è stato trasferito in un altro ospedale e io sono andata a trovarlo e cercavo dove fosse la coccinella perché ero sicura che fosse stata portata via con mio papà. Mio papà mi spiega con parole sue che il suo fisioterapista gli ha fatto togliere la coccinella dal letto perché secondo lui era una cosa pericolosa, che di notte la avrebbe potuta ingoiare.

Ero ferita.

La coccinella era dentro al cassetto dell'armadietto e io ero ferita.

Se mi avesse sputato in faccia invece che far rimuovere la coccinella l'avrei presa meglio.

Ho iniziato subito una sorta di lavoro di distruzione per via di quella coccinella, nei confronti di una persona che non conosco e che però, fatalità, fa il fisioterapista come quell'altro. Per non averlo mai visto me lo immaginavo, me lo immaginavo fatto esattamente come il mio che non ricordo il nome ma se mi concentro abbastanza lo vedo. Ho evitato di vederlo proprio per non confrontarmi con questa cosa.

Realizzo solo ora che avrei potuto vederlo molto prima di quando l'ho visto.

Quando poi l'ho visto ho finto di dimenticarmi della coccinella, così come quando andavo in ospedale fingevo di dimenticarmi che mi trovavo di nuovo in ospedale.

Va tutto bene, è tutto bello, il pensiero è positivo. Ho ignorato un primo allarme.

Solo che non si può mentire sempre, soprattutto non si può mentire a se stessi, le cose saltano fuori in forme e dolori e colori e odori, bisogna solo stare attenti a riconoscerle.

L'altro giorno mentre subivo cranio sacrale mi sono incazzata.

Da sola.

La cosa tutta interessante è che non lo ho capito subito e a un certo punto volevo chiedere a chi operava la terapia se per caso era incazzato, invece come al mio solito sono stata zitta, ho impiegato di più per arrivarci e poi comunque lo stesso non da sola. Mi sono annusata e sentivo odore di lattice. Poi non ero più solo io a puzzare, c'era odore di lattice ovunque. C'era odore di lattice come a un raduno di bdsm.

Realizzo che era il lattice del fisioterapista quell'altro. Un secondo allarme.

Allora niente, stamattina ho fatto un po' di introspezione sull'argomento, mi son levata il wagner dalle palle e poi sono andata in camera, ho tirato fuori tutti i calzini che erano spaiati e li ho accoppiati con quelli che mi sono appena usciti dalla lavatrice. Li ho fatti accoppiare tutti tutti e li ho fatti accoppiare senza preservativo che poi il lattice si sa mai che non lo prendano come un affronto e gli si rovina il karma.

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La terapia cranio-sacrale e il more than a feeling (una recensione serena).

 Ieri ho subito un po' di terapia cranio-sacrale ed era la mia prima volta. Tecnicamente sarebbe stata la seconda ma la prima prima volta il contatto era stato veloce ed era una prima volta “sonda” un po' come quando prima di accarezzare un mastino napoletano fai finta di accarezzarlo, gli fai solo annusare le mani, quindi nonostante la sensazione sia stata piacevole e nonostante l'impegno di chi operava, come nelle migliori prime volte la prima cranio-sacrale volta è stata una esperienza quasi del tutto irrilevante se paragonata alla seconda (che poi per tempi e tecniche era comunque la prima…poi se ci sarà una terza volta che però ufficiosamente sarebbe seconda o forse prima non mancherò di certo di raccontarlo).

Una premessa da parte di chi non sa ne leggere ne scrivere: La mia estetista, la stessa che mi fa ceretta e unghie e brufoli, ha un attestato di massaggio cranio sacrale nel suo studio.

Un'altra premessa onesta: Non toccatemi, mi da fastidio. Non sfioratemi non venitemi addosso non usate il mio corpo per appoggiarvi che lo detesto, non sopporto i contatti fisici con persone che non ho espressamente autorizzato ad avere contatti fisici con me e i contatti fisici decido io quali e come. Va da se che la mia estetista a parte farmi peli, unghie e brufoli non può assolutamente aspirare a parlare col mio medico interiore.

Ho subito il cranio-sacrale in una struttura ospedaliera.

Il lato tutto positivo della situazione è che la persona che ha operato la terapia, nel suo merito, è ampiamente qualificata, un po' come lo è la mia estetista nel suo che io la cera non andrei a farla da nessun'altra Alessia al mondo.

Il lato tutto negativo della situazione è che io non impazzisco per gli ospedali e per i medici e per gli infermieri e per i terapisti e in generale per uomini e donne con camici bianchi e magliette bianche e pantaloni bianchi e gli zoccoli. A me non piace stare li, vado in agitazione, mi si chiude lo stomaco mi prende uno stato di ansia ho il batticuore, respiro male, mi fa male la pancia, mi fa male lo stomaco, ogni tanto mi viene un attacco di mal di denti e, soprattutto, perdo il sorriso.

Sono in quell'ospedale tre giorni su sette.

Quando il tutto ha inizio sono tesa, sono così tesa che mi pare di sentire la schiena che si sfalda, presente le cime delle navi che tirano tirano tirano e pensi che prima o poi si distruggeranno? Ecco, così.

Metto in pratica in velocità la mia esperienza sullo yoga, mi guardo che sono in tensione, lo accetto e non faccio nulla per modificarmi, prendo respiri e lascio che i miei respiri si occupino della mia tensione.

Il terapista mi dice qualcosa su un suo paziente che io conosco, mi faccio influenzare dalle sue parole anche se non voglio e immediatamente desidero essere diversa da quel suo paziente sotto alle sue mani. Realizzo di aver paura di essere ammalata.

Continuo a far yoga, uso il respiro per provare a calmarmi e poi quando vedo che non mi calmo per un cazzo accetto che forse va bene se resto in stato di ansia. Non appena lo penso sento il nervo che si rilassa.

Sapevo cosa stava facendo perché glielo avevo visto fare e mi aveva anche spiegato cosa andava a fare, nonostante questo, mentre stavo sul lettino non avevo idea di dove avesse le mani, le braccia, di dove fosse, di cosa stesse facendo. Il mio corpo stava reagendo in un modo che io non conosco e non ho mai sentito, mai provato.

Sentivo vortici di caldo, prima sulla pancia poi ovunque, vortici di freddo, male a un braccio, un dolore lancinante alla testa, il gelo.

Tutto questo in una trentina di minuti.

Quando avevo il sospetto che fosse vicino lo cercavo con gli occhi e poi ero contenta che fosse vicino davvero.

Ho chiuso gli occhi e ho sentito che vicino a me c'erano delle galline e questo, ve lo giuro sul canguro è vero, non era un effetto della terapia c'erano delle galline vicino a dove stavo io. Ho aperto gli occhi e il terapista era ancora li, ho pensato che nell'eventualità che subissimo un attacco da parte di una gallina o due sarebbe stato forte abbastanza da cavarsela da solo, il mio intervento non sarebbe stato richiesto.

Alcuni gesti mi irritavano, mi davano fastidio, ho applicato di nuovo yoga, nello yoga alcune posizioni (asana) non fanno male e non si è comodi semplicemente ti danno fastidio, a yoga ti insegnano ad osservare e basta che cosa ti da fastidio e ho fatto uguale mentre subivo il trattamento.

A un certo punto mi ha detto che avevo un campo energetico fortissimo e che aveva dovuto deglutire. Come prima cosa ho deciso di prenderlo come un complimento e poi ho deglutito anche io che non si sa mai, mi pareva una buona idea. Poi mi sono ricordata del mio ginecologo, quello che ha la brutta abitudine di commentare il mio utero ad alta voce nel mentre che mi visita l'utero.

Poi un sacco di silenzio, nessuna voce, nessuna porta, nessuna gallina, sentivo solo me stessa, sentivo che respiravo.

Poi, sempre col silenzio, se ne è andato. L'esperienza è finita.

Non mi sono dilungata sui dettagli delle sensazioni che ho provato perché credo sia una cosa personalissima e non voglio influenzare nessuno ne in positivo ne in negativo (ho visioni sparse di gente disperata perché non ha sentito freddo o non ha sentito caldo o non ha sentito male alla testa nella esperienza cranio – sacrale), soprattutto è personalissima. Durante la terapia mi chiedevo se la persona che mi praticava il trattamento sentiva qualcosa e se sentiva qualcosa cosa. Mi chiedevo se sentiva il mio male e fondamentalmente mi cagavo addosso perché non essendo un coglione pensavo avrebbe scoperto qualsiasi piccolo danno o disagio del mio corpo in tempo zero. Avevo la sensazione che solo a sfiorarmi potesse vedermi dall'interno e siccome lui non è quella che mi fa i peli avevo paura che potesse riconoscere delle cose brutte.

 

Still point: nel cranio sacrale esiste una cosa che si chiama still point. In pratica basandosi sul fatto che il corpo segue un flusso, chi opera la terapia blocca il flusso per un momento. Bloccare il flusso per un momento vuol dire che quando poi esso riparte lo fa alla stragrande. Ve la ho fatta a grandi linee, i medici e i terapisti e gli operatori e le estetiste e chiunque altro mi perdoni, da profana è come dire che hai il pc che fa lo stronzo, è lento, ci mette dai due ai tre anni a salvare o ad aprire un file e col gran cazzo che puoi avere più di sei finestre explorer aperte, tu che lo conosci gli dai un bel riavvia il sistema e quel riavvia il sistema fa si che il tuo pc per un pochetto funzioni meglio.

Questa era la mia visione di still point per dummies.

Poi se ne è andato. L'esperienza è finita. Mi tiro su dal lettino col colpo di reni perché sono un coglione, mi gira la testa e mi pare di essermi svegliata da poco anche se non ho dormito. Torno a stendermi qualche minuto giusto per evitare di farmi male da qualche parte.

Percorro i corridoi dell'ospedale, faccio le scale dal terra al terzo come al solito, mi sento di trascinarmi il corpo addosso per minuti, forse per quasi un'ora.

Spingo una sedia a rotelle, parlo con un mio amico, prendo l'ascensore, sento che improvvisamente qualcosa sta cambiando.

Mi sento in forze. Sono tornata in forze.

Sono tornata così in forze che mentre ripercorro il corridoio dell'ospedale penso che se alzassi le braccia in aria e solo mi concentrassi abbastanza potrei far saltare via le piastrelle dei mosaici dai muri.

Lo penso e ne sono convinta. Mi sento così e non so se sia uno still point, me ne sbatto le palle io mi sento così.

La persona che spingo sulla sedia a rotelle mi dice “Erika vai piano che mi fai venire il raffreddore” mi devo sforzare per rallentare.

A distanza di 24 ore sono ancora che mi sforzo per rallentare e non far saltare le piastrelle dai muri.

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