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io ti amavo e tu lo sai.

Ho voglia di leggere un libro e ho voglia che sia uno di quei libri che quando arrivi alla parola “fine” sei emozionata.  Ho voglia di uno di quei libri che quando arrivi alla parola “fine” ti credi di essere l’italiotto che atterra con volo rayan air e all’atterraggio fai l’applauso all’aria. Ho voglia di un libro da applaudire nel finale. Lo si sa quando si è alla fine di un libro, per un motivo o per tanti altri, lo spessore è breve, il segnalibro che hai messo in chiusura ti segna le ultime pagine, la storia ha snocciolato il novantanove e nove per cento dello snocciolabile. Ho voglia di sentirmi piena di quel libro, così piena che non importa se è finito. Il mio desiderio successivo sarà il non averlo letto per rileggerlo con la stessa passione.

Venerdì portiamo a fare operare il gatto, è da quasi una settimana che rimugino su sta cosa dell’operazione del gatto, mi fa star male e ho realizzato il perché quello vero da poche ore. Certo sono preoccupata per il suo stato di salute globale, certo mi dispiace che gli passi per il sangue una nuova anestesia e certo il fatto che lui sia un gatto e quindi stoico non mi fa stare a cuoretto leggero. C’è di più. Io se dico al gatto che venerdì lo porto dal dottor Tony so che per lui non ha lo stesso significato che dirlo a voi, poi so che posso usare i toni come voglio per fargli intuire la cosa ma non lo faccio, resto sul vago, il tono di mezza via. Gli ho detto che lo porto dal dottor tony a operarlo con lo stesso tono in cui gli dichiaro che è il gatto della mia vita. Il tono quello neutro, migliore di quando si gratta il culo sul tappeto, peggiore di quando ho voglia delle sue coccole. Glielo ho detto ma di fatto non lo sa, vive la sua vita come niente fosse, non ha idea del dolore, del cambiamento, delle medicine, della flebo, del rischio, non ha idea di nulla.

Una volta il nonno paterno si è ammalato, io ero giovane, non ero piccola, ero solo giovane e con i ragazzi per la testa e una voglia assoluta di diventare la regina del mondo, avevo sedici anni e potevo fare tutto. Quando io avevo sedici anni i miei genitori non mi consideravano adulta perché non lo ero, ero una bambina, ero sciocca, lo ero ai loro occhi che tutte le mie cazzate di adolescema le ho fatte di nascosto, parlavano ad alta voce i miei genitori ed erano certi che tanto io non sentissi e anche se sentivo non avrei ascoltato secondo loro che ero piccola, e quindi non erano accurati a tenersi le loro cose. Ho scoperto che il nonno era molto ammalato perché loro due se lo sono detto e non credevano che io avrei colto.

Nella mia famiglia se qualcuno si ammala ed è grave non gli viene detto, questa è una cosa che so bene. Il nonno paterno quella volta lì ha smesso di respirare dopo due notti orribili al vecchio ospedale, lui credeva di essere stato ricoverato per una polmonite. Nei mesi precedenti le frasi che gli propinavano andavano dal “sei dimagrito per la vecchiaia” al “vedrai che ci seppellisci tutti”. Dio quel nonno…era brutto e cattivo e scorbutico, non mi ha mai dato una carezza, mai una. Non mi comprava le caramelle, non mi faceva regali che era tirchio, quando stavo con lui mi portava a vedere lui e i suoi amici che si divertivano a boccette e io no. Lo amavo tantissimo quel nonno. Quella volta che è nato mio fratello e io avevo dieci anni e per la prima volta tutte le attenzioni non erano per me il nonno è venuto a dirmi che non era vero che mio fratello era un bel bambino, mi ha detto “è brutto è tutto rosso e pieno di pieghe…poi diventerà simpatico tra due o tre anni”, quella volta che ho avuto la mia prima crisi di asma ho usato il ventolin di quel nonno, quella volta che mi è entrata la romanza di beethoven sotto le dita è stato mio nonno. Lo amavo tanto.

Non giudico il comportamento dei miei genitori, forse se dici a una persona che ha un mese di vita quel mese di vita un po’ glielo rovini, credo i miei abbiano pensato a questo. Mi chiedo se il nonno avrebbe fatto o detto qualcosa sapendo che stava per morire, mi chiedo anche se non lo sospettasse, mi chiedo se mi avrebbe abbracciata una volta nella vita sapendo che era il primo e l’ultimo abbraccio. Mi chiedo infine se lui sapesse che io sapevo perché io di fatto lo sapevo e trattarlo i modo diverso dal solito lo ritenevo un insulto alla sua intelligenza che di fatto era enorme.

A volte tenere il segreto ad un gatto ti fa pensare cose che sono al di fuori di qualsiasi logica.

Una ultima cosa che mi chiedo è se Jean (un mio amico) leggerà mai questo pezzo e nel caso affermativo sarebbe un insulto alla sua di intelligenza andare ad esplicare il perché i libri che trattano i segreti mi fanno venire la merda al cervello.

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tra una cosa e l’altra.

Son qui che parlo col gatto, Gennaro, gli ho detto che è buffo ma poca roba “sai che sei un pochetto buffo?”…”un pochetto” che se no che si offenda è un attimo e rischio lo svuotamento del cassetto delle mutande (lo svuotamento del cassetto delle mutande è una delle punizioni che il gatto preferisce infliggermi,  in effetti principalmente e quella e ogni tanto tirarmi giù la biancheria umida dallo stendino, basta e avanza).

Son qui che parlo col gatto e siccome mi sento ascoltata, come  poche altre volte nella vita, cerco di spiegare le cose al meglio e con estrema onestà.

Va così che tra una cosa e l’altra gli racconto che la notte tra il duemilaundici e il duemilatredici dodici ho baciato un cane, un cane femmina, apprezzo che non si arrabbi. Va cosi che tra una cosa e l’altra gli dico che sono un po’ triste che sono giorni che aspetto una telefonata che deve ancora arrivare. Va così che tra una cosa e l’altra gli spiego che io non è che sia sempre coerente, sono un sacco di cose ma coerente poco, a questa affermazione in particolare lui ribatte con un “maaaahhhooo” a polmoni pieni giusto in faccia e io capisco che è turbato e che proprio perché non sono coerente non sa mai dove trovarmi e come prendermi, un giorno deve spalmarsi sul mio cappottino per non farmi uscire così tanto (Gennaro tollera solo le mie uscite per la caccia), il giorno dopo deve occuparmi il letto per evitare che passi li tutto il tempo (Gennaro tollera che io sia a letto solo se lui riesce a occupare comunque più spazio di me).

Racconto a Gennaro di un mio amico, uno che mi ha mandato una cosa da leggere, gli racconto che io la sto leggendo quella cosa e ora ci sto anche lavorando, prima ancora che io possa proseguire con i dettagli Gennaro mi blocca, stavolta con un “mah” bello secco e però di nuovo bello pieno, Gennaro non tollera che io stia a computer a fare cose per altri..

Fondamentalmente, questo post, lo ho scritto con Gennaro che mi guarda da dietro il monitor del laptop, con la faccia tutta tonda e che ogni tanto si fa il dente su un angolo del monitor, il post sarebbe stato anche diverso in origine è che poi, tra una cosa e l’altra…mi si è messo in mezzo Gennaro.

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conversazioni col j.

oggi leggevo nella internet qui e li e tra il qui e li mi sono capitate delle lettere da leggere, lettere che erano indirizzate a una entità e che per motivi varie ed eventuali sono finite in un blog.

a leggere quelle lettere (tantehhh) mi sono immedesimata un pochetto e magari io non le avrei scritte così e però so che sono un po’ tipa da lettere e se non proprio così io le avrei scritte colà ma in ogni caso avrei scritto lettere.

anche io ho delle entità a cui mando delle lettere, come tutti voi ho un amico o una amica di preferenza a cui mi piace mandare delle letterine, oggi  ho detto alla mia entità che avevo trovato delle letterine on line e che non erano le mie ma che sarebbero potute tranquillamente esserlo e io a leggerle da utente (non da entità che riceve le letterine ma da utente) un pochetto mi sentivo scema, per me che le scrivo e per coloro che le han scritte.

la mia entità è un signore, per molte cose, e oggi dopo il mio manifestare su quel mio sentirmi scema mi ha detto che non è da scemi far le letterine, è da scemi esporle in un blog (poi lui non dice parole come scemi o cazzo o fanculo…ve lo ho detto che è un signore e sa un sacco di sinonimi anche, cose che io non so o che se so non mi vengono, non intraprenderei mai una partita di scarabeo con lui per dire).

ho detto alla mia entità che è proprio bello, glielo ho detto alla venexiana, diretta, precisa, puntuale, una cecchinata, pensavo “che beo che ti xe” “che bello che sei” perché qui si dice così, qui se uno è bello glielo si dice e basta e lui non solo è bello, lui  è bello e intelligente e bravo e sa i sinonimi e vi fa il culo quadrato a scarabeo son sicura e soprattutto mi ha dato abbastanza coraggio di scrivere questa e altre cento letterine.

che non si dica che è poco.

 

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sono erika mi trova al 4°

 

 

Cara persona, grazie.

Non avevo più ricordato di avere tre lavatrici stese sul terrazzone sino ad oggi, oggi volevo fare una cosa e mi servivano un paio di pantaloni particolari per fare questa cosa e, insomma, ho passato dieci minuti a cercarli per poi passare dieci minuti a provare a ricordare dell’ultima volta in cui li avevo visti. E’ stato proprio dieci giorni fa quando li ho stesi io sul terrazzone. Doveva vedermi cara persona, mi sono infilata le ciabatte come se stessi per scappare da un alien (non si scappa dagli alien scalzi, la regola vuole che i piedi siano sempre coperti), avevo il batticuore perché sapevo che il giorno in cui io ho steso le tre lavatrici è venuta giù la madonna con mary poppins tutte e due sventolando, ho pensato che non avrei trovato le mie cose o trovate sparse per il terrazzone, come dopo la tempesta di forrest gump quando si vedono tutte le barche morte a parte la sua. Poi ho visto la mia biancheria piegata e fuori dalla porta del terrazzo, era proprio come in forrest gump, tutta la biancheria morta a parte la mia.

grazie.

non voglio discolparmi sia chiaro, vorrei però dirle che questa, cara persona, è stata una settimana carica di eventi, non c’è alibi per aver dimenticato le mutande per millenni sia chiaro, ma è stata una settimana pregna, più di così posso dirle che uno di questi giorni è stato il giorno in cui per la prima volta ho intervistato una persona, doveva vedere che persona, una ricca di cose belle, le cose che piacciono a me, una vita così colma di eventi e di esperienze e tutte al femminile che io non ho resistito e mi son venuti gli occhi lucidi, farsi venire gli occhi lucidi mentre intervisti una persona non è carino ma mi ha emozionata tanto e io ero alla mia prima intervista, quel giorno li sono arrivata a casa che ero talmente incantata da quella donna che non potevo pensare alle mie mutande appese, neppure se mi avessero messo un allarme sarei riuscita a pensarci.

poi c’è stato il giorno del claudio e della amatriciana, sono arrivata a casa e sapevo che veniva il claudio e ho voluto cucinare una amatriciana degna dei miei amici di roma, col bucatino certo.

cara persona che ha raccolto la mia biancheria…poi c’è stato il giorno merda, il giorno merda c’è sempre. sono andata dal medico quel giorno e non me le ha dette belle, mi ha fatta arrabbiare, mi ha chiesto di fare degli esami e io mi sono agitata e so che non ho nulla ma mi ha infastidita, doveva sentire come mi auscultava e faceva hm hm. Ho pianto tutta la sera e guardando un film tristissimo.

il giorno dopo è stato strano, per come ero il giorno prima potevo solo risalire devo ammettere e così è stato, che alla mattina la mia barista del cuore mi ha regalato un bracciale bellissimo e poi ho avuto una pausa pranzo col pesce e poi ho ricevuto una mail che mi ha spiazzata e poi ho avuto una chiacchierata di lavoro che è diventata una guerra e che però io ho vinto che nelle guerre di lavoro sono bravetta.

poi è arrivato venerdì e venerdì apparentemente non succedeva nulla. venerdì ero li che rimuginavo sulla mia vita e tutti questi alti e bassi che le ho condiviso cara persona della biancheria, alti altissimi e bassi bassissimi, e son li che rimugino quel venerdì che mi arriva un messaggio da una persona che ho a cuoretto tanto tanto e quel messaggio dice “non preoccuparti” e so che per lei vuol dire nulla ma per me e in quel preciso istante e proprio quella persona che mi scrive non preoccuparti è un andare al di la del messaggio e al di la della realtà e al di la di un sacco di cose e iniziare a pensare che la magia del cuoretto esiste. Non potevo andare a raccogliere le mutande neppure venerdì persona della biancheria.

oggi è sabato e ho trovato il cesto pronto e con tutte le mie cose e con i pantaloni e le mutande e tutto e grazie, davvero non ho altre parole.

Se me lo permette cara persona della biancheria, io la vorrei omaggiare di un dolce, non lo fo io, lo vado a comprare che come casalinga faccio schifo al cazzo.

cara persona della biancheria, io non so se ne ha idea ma lei oggi con questa cosa è andata a finire in uno dei miei migliori momenti della settimana, tutte cose che andrò a raccontare ai miei nipoti tra sessant’anni con calma.

sono erika e mi trova al 4°

e.

 

 

 

 

 

 

 

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reckless in Venixe

 

Dovevo andare a fare una commissione e l’unico momento buono risultava la pausa pranzo, ne ero felice perché nonostante io lavori a Venezia (che è bello, non è porto marghera) non esco spesso in pausa pranzo, sono molto pigra e declino gli inviti a uscire perché fa caldo o perché fa freddo o perché ho le mie cose. Avevo da fare questa commissione e non ho invitato nessuno dei miei colleghi ad accompagnarmi, in genere avrei chiamato almeno l’Andrea che è alto, e di bella presenza,  e si parla tanto, e quando si esce è sempre da ridere e però io dovevo fare questa cosa e mi era stato detto “lasciati ispirare” e ho quindi deciso di andarmene per calli in solitudine.

Alle ore 13 in punto sono quindi uscita dal mio ufficio, ho pensato che il sole mi dava fastidio e che forse la nonna era nel giusto quando mi diceva che il sole dei mesi con la erre in mezzo non è un buon sole, quel sole mi infastidiva il naso che è diventato asciutto e lo sanno tutti che il naso asciutto vuol dire che ti stai costipando. Faceva un caldo di merda e io ovviamente uscita di casa sei ore prima non ero vestita adeguata, ho pensato che il miglior modo per lasciarmi ispirare era arrivare nel modo più veloce possibile in campo santa margherita. Siccome son Veneziana e voi no mi sento in dovere di spiegare che quel giorno per arrivare in campo santa margherita ho preso le sconte per arrivare prima di tutti quelli che non sono Veneziani.

Una volta arrivata in campo mi è salita una sensazione di nausea mista alla costipazione da sole di mese con la erre, mercato del pesce ancora attivo a ore 13 e venti, cervicalgia che mi accompagna da scorso aprile. Sono andata diritta verso il negozio che avrebbe dovuto ispirarmi, ero tutta contenta e non vedevo l’ora di portare a termine questa missione che era importante, era una missione per il mio amico J e le missioni del J in questo preciso periodo storico vengono anteposte a un sacco di altre missioni. Il negozio era chiuso, avrebbe riaperto alle 15,30, ce l’avevo in culo, la pausa pranzo finisce alle 14.

Furiosa più dell’Orlando ho ripreso a camminare come se mi inseguisse un orso bianco, siccome erano le 13 e ventitre ho pensato che potevo fare la strada normale, una via di mezzo tra la sconta e il percorso dei turisti, ho imboccato la calle, ho percorso il ponte saltellando, ho imboccato un’altra calle, ho svoltato a destra perché a sinistra c’è il canale, ho fatto l’angolo, mi sono fermata, ho camminato all’indietro per tre passi

era come se mi avessero afferrata per il cappuccio.

Un odore fortissimo che non ho riconosciuto subito mi si è installato nel rinencefalo e il rinencefalo lo sappiamo tutti che è la cosa più primordiale in assoluto che esiste all’interno del nostro cervello. Era fortissimo, era odore di trementina misto a olio, misto a retrogusto di pesce, mi ha afferrata per il cappuccio. Mi sono bloccata davanti alla piccola vetrina che faceva angolo e ho buttato l’occhio sulla prima cosa che capitava a tiro, una tavolozza, una vecchia tavolozza usata da qualcuno di famoso, non riuscivo a disincantarmi gli occhi. Sembravo un bimbo che guarda la vetrina di una cioccolateria.

Sono rimasta immobile davanti alla bottega del pittore a fissare il nulla per secondi che parevano ore, drogata e in assoluta dipendenza da quell’odore. Ho alzato gli occhi e ho visto i suoi, due occhi sorridenti, le labbra leggermente incurvate verso il basso e due occhi sorridenti, tra le mani una tavolozza meno vecchia di quella in vetrina ma comunque usurata.

Una scintilla di vita.

Stavo per andarmene e però non riuscivo, ero imbarazzata perché lui di sicuro aveva visto la scena del mio arrivaggio li, ho mosso un passo e mi son bloccata, ho continuato a guardare la vetrina, ho rialzato lo sguardo lui continuava a sorridermi con gli occhi, ho preso coraggio, mi sono infilata le mani in tasca e non mi sono voltata mai.

Una scintilla di vita.

 

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che sempre maiale è.

Quelle persone che ti parlano, tanto per parlare e ti fanno le domande tanto per farle

“come sta tuo padre?”

“insomma dai, potrebbe andar meglio”

“ah bene dai son contenta”

non mi ha cazzo ascoltata, potevo dire che mio padre ha fatto il corso per astronauta e che navigava in direzione marte, era quel gran cazzo di lo stesso.

Qualche giorno fa ho avuto una rogna a lavoro, ne ho sempre, sono li per riparare rogne ma qualche giorno fa la cosa mi riguardava in maniera diversa perché in genere ho solo i clienti che mi fanno diventare matta e quel giorno erano i clienti e poi la mia azienda e poi i miei fornitori e io ero il dannato centro di quel triangolo delle bermuda e ovunque io mollassi la carica di energia poi uno dei tre cadeva nel baratro. Non si possono avere tre cose tutte contente nello stesso momento, spesso non se ne possono avere due di contente figuriamoci tre, tre è un cazzo di miracolo. Dopo quel dramma li in ufficio ho passato quel giorno e i due successivi in silenzio assoluto, emettevo qualche suono di qua e di la proprio perché dovevo, la kerika effe è una che parla, è una di quelle che a scuola la maestra la chiamava dallas perché ogni volta che apriva bocca era una puntata di telenovela, anche solo per segnalare che non avevo fatto i compiti impiegavo dai sette ai dodici minuti. Non ho parlato per due giorni e mezzo perché stavo male, mi è passato la mattina che il mio compagno di banco mi ha portato mezzo chilo di nutella avvolto nella pasta sfoglia a forma di croissants e mi ha detto che me lo dava solo se sorridevo, gli ho fatto il muso lo stesso perché non si devono estorcere i sorrisi alla gente così e poi però ho sorriso perché ero sofferente non scema, volevo la mia brioche con la nutella.

Oggi avevo fame, perché sto eliminando qualcosa dalla mia dieta e allora anche se metto tanto di altro ho voglia di quel qualcosa che ho eliminato e ho fame, io sono il  genere di persona che non può sostituire un chilo di piselli a una fettina di pancetta, io voglio proprio la pancetta e la ho eliminata (la pancetta ma parlo anche di altro) e allora ho sempre fame, per darmi una carica emotiva positiva mi sono organizzata una gita a san daniele del friuli, due giorni per prosciutti. Non è lo stesso ma da un pochetto di tregua.

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29 giugno 2010

quelle date che ti lasciano il cuore impressionato per sempre.

e.

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